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FUORI ORARIO cose (mai) viste. I Trent’anni di Because the night e l’Atalante con Enrico Ghezzi al cinema al MAXXI

Si rimane profondamente impressionati dal volto di Enrico Ghezzi, dai suoi occhi che guardano in macchina dietro ai grandi occhiali, dalla voce rauca e fuori sincrono, dai capelli scapigliati e i discorsi all'apparenza incomprensibili. Il volto di FUORI ORARIO cose (mai) viste era commovente. Si ricordano solo in modo oscuro le sue parole peregrine e si fanno alcuni passi nel buio per seguirne il filo in un sofisticato disordine asincrono. Fin dall'inizio della sigla di Patti Smith, Because the night, è chiaro che la passione per il cinema non è priva di sentimento, che non è solo un’ossessione erotica del guardare. Lo sappiamo dalle immagini dell’Atalante di Jean Vigo (1934). Per i cinefili, FUORI ORARIO è stato, ogni notte in cui è andata in onda la storica trasmissione di cinema, un appuntamento amoroso durato trent'anni. Un innamoramento facile da capire. Il 3 aprile 2019, Fondazione cinema per Roma e MAXXI hanno festeggiato il più bel programma di cinema in Italia con un evento curato in collaborazione con Mario Sesti, Enrico Ghezzi e la redazione di FUORI ORARIO, in collaborazione con il gruppo Facebook FUORI ORARIO cose (mai) viste e la magnifica ossessione.
Quindici anni fa, alla domanda se il cinema è al tramonto, Enrico Ghezzi rispondeva che il tramonto è il cinema. Quindici anni dopo, per il critico, si può dire esattamente la stessa cosa, perché «il tempo è la cosa meno influente sul cinema». Si chiede a questo proposito, senza saperlo, se in questi quindici anni o trenta, per quanto riguarda FUORI ORARIO, ci sono stati film fuori dal tempo. Quel quindicennale iniziava con Vivre sa vie di Jean-Luc Godard (Questa è la mia vita, 1962), col primo piano del viso di Anna Karina nell'episodio Il ritratto ovale di Edgar Allan Poe (1842). «La nostra programmazione, in quel caso, si chiamava Autoritratto di un paese ovale», voce di una strana enunciazione verbale in una mistura ghezziana di arte e cinema, «in attesa che l’eterno giovane pittore di immagini – c’è sempre un giovane regista – riesca a terminare il suo ritratto ovale». Così, con rigore ininterrotto e frasi filmiche ricorrenti, FUORI ORARIO va in onda, per il palinsesto RAI, in un Paese crepuscolare. Sull’idea di “filmicizzare” la tv e di rendere del cinema la diretta, il programma è stato punteggiato da alcune schegge che hanno costruito una sua idea di cose viste, cose (mai) viste, che vengono continuamente riviste. Tra queste, le trentasei apparizioni di Alfred Hitchcock nei suoi film sono un caso, forse un po’ didascalico, nota Mario Sesti, di cosa vuol dire rivedere cose mai viste. I due ricordano un grande ricercatore della redazione di FUORI ORARIO, Ciro Giorgini, il cui metodo di lavoro è pura investigazione hitchcockiana: investigare, confrontare, trovare immagini rare, appunto mai viste, era la sua ossessione. Partire dalla rarità, per il cinema che è il trionfo del qualunque cosa, non appare che nella forma di un paradosso. Le cose più belle che il suo conduttore non ha mai rivisto a FUORI ORARIO, invece, sono legate al suo FUORI ORARIO personale. Magnifiche ossessioni che non è possibile rivelare. Due su tre fanno parte di quelle che non ha visto affatto, mentre le altre ha finito per darle. «Il cinema è sempre lo stesso soprattutto quando cerca di essere diverso». Suona quasi come una famosa sentenza carpenteriana l’affermazione di Enrico Ghezzi su questi trent’anni di cinema di ricerca, di sperimentazione, di archivio, di montaggio, di passione ininterrotta per il grande schermo, per film arretratissimi e bellissimi. Più le cose cambiano, più restano le stesse, diceva Snake Plissken, (anti) eroe di Escape from L.A. (Fuga da Los Angeles, 1996). C’è una sorta di fuga del tempo rispetto al mai visto. Basta una parentesi per dare alle cose mai viste la vestigia di un piacere senza nome.

Elvia Lepore, 08.04.2019

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