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Fantasticherie di un passeggiatore solitario: l’horror malinconico di Paolo Gaudio

Il passeggiatore solitario di Paolo Gaudio cammina in tre epoche-mondi lontani nel tempo e nello spazio, ma arsi dalla stessa ossessione maledetta per l’incompiuto. Il 1876 di Jean-Jacques Renou, scrittore fallito che ha sacrificato anche l’amore per concludere il suo ricettario fantastico e lotta con un demone dispettoso in uno scantinato angusto e fiabesco; i giorni nostri di Theo, laureando in filosofia con un’amica stramba e un segreto disperato nel cuore, pronto a tutto pur di compiere la “fantasticheria n°23” e di raggiungere Vacuitas, l’ultima trovata di Renou; il bosco incantato e malinconico di un bambino in viaggio verso l’ignoto (protagonista, a sua volta, del libro di Renou).
Opera prima, realizzata con la stop-motion, la plastilina burtoniana (Nightmare Before Christmas) ma prima ancora di Pingu, effetti speciali artigianali e raffinati, la “fantasticheria” è un progetto coraggioso, portato avanti con l’entusiasmo e l’incoscienza della passione. Paolo Gaudio, 34 anni, laureato in filosofia, ha sfidato le leggi di mercato e le porte chiuse in faccia dalle produzioni per portare a termine (lui sì, a differenza dei protagonisti) il suo primo lungometraggio fantastico. Contro ogni aspettativa, ci è riuscito. Ed è un giovane tenace, testardo e sognatore. Il suo film costato “poco più di una buona macchina” (come ci tiene a precisare) ha già conquistato diversi premi e ha girato il mondo dei festival fantasy. In Italia esce il 26 novembre, in appena dodici copie ma con la speranza di crescere grazie al passaparola.
Potrà farlo, in virtù di una certa magia a-temporale che si sprigiona fin dall’inizio, e per questo apprezzabile a tutte le età, in tutti i luoghi.
I pregi sono tanti (la tristezza visionaria del bosco, certe vedute autunnali dal sapore fiabesco, le pozioni e i colori delle botteghe potteriane), come anche i fili del racconto che forse, nel tentativo di essere riannodati e di passeggiare in simbiosi, finiscono per ingarbugliarsi troppo lungo i tre piani temporali. Ma l’operazione ha comunque una sua omogeneità e i difetti (piccoli o grandi che siano) passano in secondo piano al cospetto di una appassionata prova d’amore per il cinema (mille i rimandi e le citazioni, disseminate lungo gli 83 minuti) che merita, già solo per questo, tanta fortuna.

Simone Carella 17/11/2015

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