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Il "Dogman" di Matteo Garrone ben oltre "il Canaro della Magliana"

L'efferatezza del caso di cronaca conosciuto come "il canaro della Magliana" risalente al 1988 è solamente un punto di partenza per la realizzazione di "Dogman" di Matteo Garrone, nono film del regista romano, valsogli critiche entusiastiche e il premio all'interpretazione maschile alla settantunesima edizione del Festival di Cannes, oltre che una denuncia da un milione di euro da parte della madre della vittima, alla luce della rappresentazione del personaggio del figlio. Chi si aspettasse di trovare riferimenti evidenti alla vicenda o particolare insistenza sui dettagli scabrosi largamente trattati dalla cronaca rimarrebbe però deluso: la rielaborazione di Garrone scava a fondo nel protagonista e ne porta alla luce elementi che appartengono ad ognuno, costringe a fare i conti con un’umanità violenta e bestiale, mentre lo sguardo impassibile dei cani di fronte all’inaspettata violenza del mite protagonista sottolinea perfettamente non tanto la banalità, quanto l’insensatezza del male. dogman 1

In una periferia priva di qualsiasi bellezza, in cui neanche la vista del mare riesce a compensare lo squallore e la desolazione del cemento frammentato da qualche zolla d’erba, Marcello possiede un piccolo negozio di toelettatura per cani in cui passa la maggior parte delle sue giornate. Il resto del tempo, poco, è dedicato alla figlia Alida, unico punto di riferimento nel grigiore delle sue giornate. Il rapporto con i suoi vicini è pacifico, persino quello con Simoncino, ex pugile, cocainomane e violento che terrorizza i commercianti della zona, tanto da spingere qualcuno a proporre soluzioni poco ortodosse. Il loro rapporto apparentemente simbiotico è però sbilanciato in favore del più forte: Marcello è troppo mite, indifeso e completamente asservito al volere di Simone. L’equilibrio però si rompe quando Marcello è costretto a concedere il proprio negozio come base per un furto di gioielli: le tracce lasciate ovunque - e forse volontariamente - da Simoncino riconducono direttamente al mite negoziante e il suo mondo sospeso, quasi irreale, va in frantumi. 

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"Il fatto di cronaca romana avvenuto circa una trentina d’anni fa è rimasta solo un punto di partenza da cui poi prendere una direzione del tutto autonoma" afferma infatti il regista infatti il regista. "Chi si aspetta di vedere un film violento, splatter o una ricostruzione storica accurata, sarà ben deluso". O quantomeno stupito, dipende dallo spettatore. Ed è proprio per questo che non poteva chiamarsi generalmente “Il Canaro”, ma il nome è tratto direttamente dal negozio di tolettatura per animali di Marcello.

La violenza c’è, è vero, ed è parte integrante della pellicola, tanto quanto quell’aria malinconica di disperazione di cui è pregna: una violenza potente soprattutto sul piano psicologico, più che su quello fisico, come continua a sottolineare Garrone. Quella alla base del progetto iniziato ben dodici anni fa, e che solo oggi vede la luce, non è la storia di un uomo buono che diviene bestia ma qualcosa di ben più sociale e culturale. La volontà del regista era proprio di raccontare il dramma dell’uomo affamato, quello che è vittima un po’ del suo contesto, un po’ delle sue conoscenze ma soprattutto delle sue fragilità e paure.

Marcello Fonte è riuscito a calarsi nei panni del protagonista in maniera egregia, con un volto che parla con gli occhi, lo stesso che “per caso” ha incontrato la strada del regista. "Per caso" perché mentre l’assistente al casting incontrava una compagnia di ex-detenuti, Fonte ne aveva appena rimpiazzato uno dopo la morte improvvisa. E in un istante da custode del Cinema Palazzo di San Lorenzo a Roma si è ritrovato annoverato tra gli attori. Quando poi c’è stata la possibilità concreta di fare un provino per il cinema non si è tirato indietro e così è venuto al mondo il garroniano “uomo dei cani”. “Aveva l’aria dell’uomo buono, mi ricordava un po’ Charlie Chaplin, un po’ Buster Keaton. E volevo un uomo così per la mia storia” afferma sorridendo e compiaciuto del suo personaggio che ha trionfato al più noto festival francese.

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Garrone porta a compimento un'estetica che si impregna di colori freddi, di quelle tendenze che diventano familiari con Instagram e gli altri social, ma facendo ciò riesce in una scelta oculata, sobria, tutto sommato, orientata a far guadagnare l'attitudine del racconto più che appagare l'occhio. Suggestionare con un trucco perfetto il volto di Marcello Fonte, e non con la tragedia delle lacrime o la posa dei sospiri.

Le inquadrature restano serrate laddove la tensione è alta e si aprono a campo lungo quando ad ampliarsi è la riflessione: il quasi abbandono alle cose così come stanno. Marcello chiama Simone in moto, o gli amici al campo di calcetto sul finale: tutto contribuisce ad un grande respiro che è già di per sé ampliamento di riflessione e contenuto, dopo l'efficace tensione delle vicende di violenza, abuso e rapina. Un mestiere non semplice in Italia, diametralmente opposto ad un modo di raccontare le immagini à-la-Sorrentino, ad esempio, risultando un ottimo esempio di grande regia italiana, sui suoi ambienti e sulle sue storie. E probabilmente anche sulle sue riflessioni. In maniera personale ed altrettanto efficace.

Pasquale Pota, Daria Falconi, Davide Romagnoli 25/05/2018

Focus su "Dal neorealismo a Garrone: breve percorso italiano dalla cronaca allo schermo": https://www.recensito.net/cinema/neorealismo-garrone-breve-percorso-italiano-cronaca-schermo-2.html

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