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L'uomo fedele: un dramma a tre voci

E’ caleidoscopio in tre tempi, innesto impercettibile quanto eruttante di condizionamenti emotivi, traiettorie interrotte.
Tutto ha origine da uno strappo nell'ultimo film di Louis Garrel, una verità che increspa il silenzio: laddove l’uomo è oggetto conteso; il centro è donna, il suo gioco; l’ironia efferata che ne rivela lo sforzo, il dolore.
E’ sulla diacronia alternata che si origina “L’uomo fedele”, opera a tre voci dove la soggettività fuoriesce sapida, declinata a turno attraverso le voci off dei suoi personaggi; mantenendosi infatti nella forma trasversale della narrazione indiretta ci troviamo dinanzi ad una stessa storia raccontata dalle differenti percezioni di coloro che vi partecipano.
Proiettato in anteprima il 26 Marzo all’ANICA di Roma, il film arriverà nelle sale italiane a partire dall’11 Aprile configurandosi come seconda regia dell’attore francese messa in atto in collaborazione con Jean Claude Carriere. 

Nell'intento di mettere in scena un ribaltamento delle dinamiche relazionali, il regista francese costruisce una struttura tanto spiazzante quanto surreale, un microcosmo all'interno del quale la l'uomo sembra vacillare, disfarsi di un ruolo precostituito per rimanere inerme oggetto di un duplice desiderio. 

E' infatti Abel (Louis Garrel) un uomo puro, meno fragile forse di quello che sembra; mentre sadica e sofferta l’azione di Marianne (Laetitia Casta) lo assurge a marionetta, lo diselegge, poi lo accoglie di nuovo, segretamente certa di esserne il carattere calamitante. 

Tutto assumerebbe le sembianze di un intricato gioco di coppia se non fosse per l'emergere di un terzo personaggio: Eve (Lily- Rose Depp) è donna un po’ inquieta e un po’ bambina, da sempre innamorata di Abel, tenta ad un tratto di conquistarlo ma rimane sospesa, imbrigliata sul filo irreale delle sue proiezioni.

Se l'alternarsi dei monologhi si dispiega secondo le traiettorie del ricordo e del flusso di coscienza, se si articola su un'ellisse temporale che sembra scinderla in due tempi; vi è però anche chi guarda tutto questo: é Joseph l’occhio più tagliente,quello di un bambino. Sebbene spietato il suo sguardo rimane vulnerabile alternando il ruolo di "piccolo demiurgo" all’ingenua e viscerale formulazione di realtà menzognere.

E' lui ad indurre il sospetto, calamitando su di sè gli interrogativi dello spettatore, assume spesso i tratti dell'osservatore onnisciente, di un voyeur cosi avido d’amore materno da da formulare un dubbio che dirotti i legami e gli affetti.
Abel ama Marianne, è amato da Eve, odiato da Joseph, è amico di un defunto di cui si trova di colpo ad indossare le scarpe.
Paul è presenza assente o forse assenza presente; il suo funerale è l’innesto primo per lo scaturire di forze sopite, reazioni inconsuete, soffocate reminescenze.
Cosi, placido, il cimitero si fa arena per una traiettoria di vedute sincrone, triplice innesto di un dramma che collide con l’arresto brutale del tempo.
La storia riprende offuscando le tracce della sua interruzione; “E se andassi a letto con lei?” un paradosso, forse l’unico strappo che risolva un enigma intessuto come premessa surreale, plasmato sull’ intersecarsi di fili sottili.

Giorgia Leuratti

 

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