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Alexander McQueen - Il genio della moda: nelle sale dal 10 al 13 marzo

Non occorre essere degli esperti di moda per conoscere Alexander McQueen. Chiunque abbia visto almeno una volta il video musicale della canzone Bad Romance di Lady Gaga, per esempio, si sarà ritrovato a guardare anche solo distrattamente le creazioni di uno degli stilisti più controversi degli anni Novanta-Duemila.

Il film Alexander McQueen - Il genio della moda, diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, al cinema dal 10 al 13 marzo, non vuole far altro che celebrare la figura di un autentico visionario della moda, tanto geniale quanto tormentato. Il documentario ripercorre la breve vita di Alexander, Lee per gli amici, suddividendola in cinque importanti capitoli che segnano i momenti fondamentali della sua vita, scanditi da cinque sfilate, le più iconiche e rappresentative.

A raccontare la personalità geniale e al tempo stesso tormentata, di McQueen sono i suoi amici e collaboratori, la sua famiglia, sorella e nipote nello specifico. “Volevamo che il nostro film parlasse a tutte le persone che sono state intimamente coinvolte e interconnesse con la creatività di McQueen” spiega Bonhôte. “Era davvero un genio e osservarlo al lavoro era straordinario. Questo era quello che volevamo catturare”.
Alternate alle interviste e alle riprese delle sue sfilate, veri e propri spettacoli, ci sono anche video personali in cui emerge un Lee totalmente dedito al lavoro, sin dai suoi esordi alla St. Martins, prestigiosa scuola di moda. Fu proprio in occasione del progetto conclusivo del Master che, nel 1992, realizzò la sua prima collezione “Jack the Ripper Stalks His Victims”: attingendo ai racconti delle stragi compiute da Jack Lo Squartatore, Lee creò una linea di capi di abbigliamento oscuri, gotici e assolutamente moderni. Da subito si intuì che lo stile visivo, gli elevati riferimenti e ispirazioni concettuali sarebbero divenuti il segno distintivo e il marchio di fabbrica di Alexander McQueen.

Capace di dar vita alle sue fantasie più oscure attraverso modelli dal design rivoluzionario presentati al pubblico in modo spettacolare, McQueen traeva ispirazione da miti e leggende, dalla letteratura e dall’arte, coniugandole allo stesso tempo con le sue ossessioni, i sogni, gli incubi e il proprio vissuto personale. Il tutto unito con lo scopo di provocare scandalo ed estasi nello spettatore. “Se lo spettatore se ne va da un mio show senza aver provato un’emozione - anche il disgusto - significa che non sto facendo bene il mio lavoro” diceva.

Probabilmente questo fu uno dei principali motivi per cui il fortunato approdo a Givenchy era soltanto una tappa temporanea, una breve parentesi all’interno di una carriera nel quale McQueen riusciva ad immaginarsi come unico capo possibile di se stesso.
“Search for the Golden Fleece”, ispirata alla leggenda di Giasone e gli Argonauti, fu la sua prima collezione in casa Givenchy. La stampa francese rimase poco impressionata e la bocciò: Givenchy era pur sempre l’incarnazione dell’eleganza e dello stile. Lo spirito ribelle e l’irriverenza di McQueen stridevano con tutto questo.

L’ascesa di Lee sembrava una sorta di favola moderna dal finale gotico. Dopo aver finalmente dato vita al suo marchio ed aver raggiunto l’apice del successo, l’abuso di alcol e droghe e la perdita prima dell’amica Isabella Blow e poi di sua madre furono un mix letale. Ossessionato dalla perfezione e completamente assorto nel lavoro, dopo ogni sfilata sapeva di poter fare meglio nella successiva. Quando nel 2010 terminò “Plato’s Atlantis” disse ai suoi collaboratori che quella sarebbe stata la sua ultima collezione.
Pochi giorni dopo Lee si impiccò nel suo appartamento.

La storia di Alexander McQueen va oltre i confini della moda. È la storia di un artista che ha sfidato le regole e oltrepassato ogni limite attraverso il suo lavoro, spinto unicamente dalla creatività e dall’abile manualità. Questo gli ha conferito l’autorità che meritava: oggi i giovani designer non studiano più soltanto stilisti del calibro di Chanel e Dior, ma vogliono conoscere anche McQueen.
Stravolgendo le tradizionali regole della narrazione documentaria, il film riesce a raccontare l’universo sfaccettato e rivoluzionario di questo geniale artista.

Giulia Mirimich 28/02/2019