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"1945" di Ferenc Török: le ceneri del rimosso storico

1945 dell’ungherese Ferenc Török - in sala dal 3 maggio - è una delle sorprese di questa settimana cinematografica. Presentato al Festival di Berlino 2017 nella sezione “Panorama”, il film si ispira al racconto Homecoming del romanziere ungherese Gábor T. Szántó - co-sceneggiatore insieme al regista -, per scavare nel rimosso dell’Ungheria filo-nazista a partire da un semplice, quanto efficace, motore narrativo: l’arrivo di due ebrei in un villaggio ungherese, appena terminata la seconda guerra mondiale. Nessuno conosce il motivo della loro venuta, ma la paura di una ripercussione per le atrocità commesse durante l’occupazione nazista dilaga all’istante, alimentando tensioni e rivalità latenti tra gli abitanti. Anni prima infatti la comunità si è resa responsabile della deportazione di alcuni ebrei locali, costruendo la propria fortuna sulla disgrazia altrui.
Il clima malsano che aleggia sulla collettività, la corruttela di cui è imbevuto il tessuto civile dietro l’apparente quiete, l’autoritarismo di figure miserabili circondate da una pletora di personaggi meschini, in un quadro rurale fotografato in bianco e nero, potrebbero ricordare l’Haneke de Il nastro bianco (2009). Ma 1945 - a partire dalla scelta di un titolo tanto simbolico quanto concreto - procede all’opposto del film dell’austriaco, non ne possiede l’allusività, non lavora tramite un sottile gioco tra detto e non detto. Al contrario, è un’opera che vuole essere il più lampante possibile nelle sue riflessioni, nel suo essenziale percorso espositivo, limpida e immediata anche nelle soluzioni simboliche e metaforiche. Non a caso, qui non esistono segreti per la comunità, ognuno è al corrente di quanto accaduto. Török si confronta infatti con una memoria nazionale per1945 troppo tempo occultata, con una parte di storia sbrigativamente relegata a un passato innominabile, cercando di far riemergere nel modo più diretto possibile e in tutta la sua violenza quanto è stato taciuto. Se dunque da un lato la data del titolo sancisce uno spartiacque storico dopo il quale le coscienze umane non sono più le stesse, dall’altro ironizza all’opposto sull’impossibilità di chiudere il dialogo con il passato sotto il garante di una datazione.
Török è impietoso nel sottolineare le responsabilità collettive, puntando il dito contro chi, mosso da paura e avidità, si è reso complice del genocidio, anche solo attraverso il proprio silenzio. Per farlo ricorre al registro del grottesco e del paradosso, utilizzando la paura di un pericolo fantasma come spinta allo sfacelo generale. Gli omuncoli dalla tragicomica fisicità - il notaio del villaggio è una sorta di ibrido con vaghi baffetti alla Hitler e nuca alla Mussolini - sono sempre più certi di una vendetta da parte dei due ebrei perché sopraffatti da sé stessi e incapaci di concepire perdono e dignità. In 1945 il ricordo lavora nei due sensi opposti: a un passato riesumato traumaticamente fa da contrappunto una memoria restituita alla terra e rivivificata. Allo strepito degli abitanti risponde il nobile silenzio dei visitatori. 
L’ottimo commento sonoro di Tibor Szemzo, dai toni quasi orrorifici, rischia però di risultare troppo invadente nel suo ricorso smodato. Ma è un aspetto sicuramente trascurabile per un regista che, insieme al connazionale László Nemes e al suo bellissimo Il figlio di Saul (2015), è riuscito ad affrontare la Shoa da un punto di vista poco esplorato. Per Nemes si trattava della realtà dei sonderkommando, per Török del risveglio dalle ceneri del dopo sterminio. In entrambi i casi, è soprattutto a noi presunti innocenti che il film sta parlando.

Riccardo Bellini 07/05/2018

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