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“Volevo nascondermi”. Il biopic su Antonio Ligabue è la radiografia di un malato mentale che allontana dal valore dell’arte

Una fotografia ben curata, un’interpretazione ineccepibile di Elio Germano, una sceneggiatura scarna, ma efficace. Ma sono unicamente questi gli unici elementi a fare di “Volevo nascondermi” (Giorgio Diritti) un lavoro di discreta fattura. A dispetto delle scelte ragionate a monte e sviluppate poi in corso d’opera, il risultato finale del biopic-drama su Antonio Ligabue è sostanzialmente un incastro continuo di scene distaccate tra di loro, senza un continuum cronologico abbastanza intuitivo, e che mantiene come unico fil rouge all’interno della trama la “compassione” nei confronti di un personaggio che non torna più alla memoria (dei già pochi estimatori) per il proprio estro artistico, ma solamente per il modus vivendi tipico di quello che oggi verrebbe definito un disadattato sociale.

I retroscena dell’infanzia, le difficoltà a inserirsi in un qualunque contesto comunitario, la profonda empatia con il mondo animale, la solitudine perenne. Sono queste le caratteristiche che rischiano seriamente di saltare all’occhio dello spettatore per tutti i 120 minuti di pellicola, fino al punto da scatenare qualche spontaneo “riso” di sollievo in sala, piuttosto che di diletto disinteressato legato ai comportamenti più stravaganti del Ligabue di Germano (il cui potenziale già ravvisato in altri lavori resta qui paradossalmente inespresso, nonostante la vittoria al Festival di Berlino 2020). Il film diventa un viaggio nel caos interiore del pittore naif (vissuto nella prima metà del secolo scorso), trattato in termini quasi semplicistici, giustificati dai profondi momenti di stasi della telecamera rispetto a quel momento particolarmente "segnante" del protagonista piuttosto che un altro, dalla brutalità dei comportamenti dei suoi compaesani (originari e di adozione), dalla bestialità legata ai difetti fisici (al punto da influenzarne lo stesso sviluppo fisico, mentale e psichico) e, in generale, dalla sostanziale incomprensione nei confronti di una visione della realtà pura. Se non in termini mercificatori, che comunque non riescono mai a compensare la voglia latente di accettazione e accoglienza. E di uno straccio di normalità nella propria vita.

Può darsi che l’intento di Diritti fosse realmente quello di toccare il cuore e la sensibilità degli spettatori, ma il linguaggio del "nudo e crudo" restituisce più un'ostentata caricatura, anziché un “ritratto essenziale” sul quale soffermarsi, prendersi il proprio tempo e provare a comprendere. Il suo Antonio Ligabue è uno specchio vivente dei propri demoni interiori, quelli dai quali quotidianamente, a modo nostro, cerchiamo di scampare per evitare di farci i conti. E gli stessi attraverso i quali giudichiamo e respingiamo il “diverso da noi”. Senz’altro, lo sceneggiato televisivo di Salvatore Nocita (1977) ha potuto contare a suo tempo su più di 180 minuti di girato per raccontare un personaggio al quale veniva più spontaneo appassionarsi (grazie anche ad un eccezionale Flavio Bucci) e provare a familiarizzare senza eccessive pretese. Cosa che con “Volevo nascondermi” (Palomar, Rai Cinema) rimane sicuramente più difficile, forse proprio in virtù della mancanza di contatto con il fulcro essenziale del Ligabue-dramma: l’arte.

Jacopo Ventura, 07/03/2020

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