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“Cold War”: alla ricerca del tempo perduto o della felicità

Se per Proust è “Alla ricerca del tempo perduto”, per Pawlikowski è “Cold War”. Palma d’oro e tre nominations agli Oscar 2019 (Miglior regista; Miglior film in lingua straniera; Miglior fotografia), il film è metafora della memoria, della rievocazione nostalgica del passato. Fatto di Ricordi, melanconici e muti. Lugubri e durevoli, uno strascico di morte: così come li intende Vincenzo Cardarelli in una delle sue poesie più vere. Ed è proprio su questi temi, da sempre cari alla letteratura, alla filosofia e al genere umano tutto, che si snoda la storia di Zula e Wiktor (Joanna Kulig e Tomasz Kot), ambientata in una Varsavia prima, e una Parigi poi, del dopoguerra. Lui è un compositore, musicista e insegnante; lei è sua allieva: una giovane cantante e ballerina, affascinante, insofferente e misteriosa. cw1
Quello di Pawel Pawlikowski è un vero e proprio racconto per immagini – così concrete ed evocative al tempo stesso – ordito di fuggevoli istanti in cui il desiderio prende corpo e i corpi prendono vita. Lì, dove la fotografia non ha bisogno di grandi dialoghi; dove gli sguardi, le luci, i particolari, i chiaroscuri, la passione e i lunghi silenzi bastano allo spettatore.
Tra folklore, musica e storia, nella pellicola in bianco e nero, fedele agli anni cui fa riferimento, la narrazione è scandita da brevi lassi temporali. Quindici anni (dal 1949 al 1964) sulla linea del tempo: l’effetto è quello di una suddivisione in capitoli che raccontano la storia tormentata – che si ripete uguale e ossessiva – dei due amanti. È un gioco di ombre (troppo lunghe) che si rincorrono in quello che Pina Baush danzerebbe come “Café Müller”: abbracci impossibili e cadute continue, per poi rialzarsi in una corsa a ostacoli verso la felicità che resta forse irraggiungibile.
Si sa, il tempo è tiranno. Ma più passano gli anni, più i protagonisti sembrano immutati, così come i loro sentimenti. Incapaci, in ogni caso, di sopravvivere allo scorrere della vita e alla conseguente incapacità del loro stare insieme. Costretti nel presente e impotenti, sprigionano una voglia irrefrenabile di futuro che ha un crudele retrogusto di morte.

“Cold War” è un omaggio al cinema, alla sua essenza e, se possibile, all’ineluttabilità dell’esistenza: la struttura circolare, con un inizio e una fine congiunti, racchiude in sé tutte le sfumature possibili della vita, scegliendone e restituendone alla memoria i momenti determinanti. Sottolinea l’impotenza dell’individuo davanti a certi accadimenti, la solitudine dell’anima, entrando nel profondo della sofferenza umana. Crea connessioni, associazioni e rimandi: il regista riesce così ad azionare l’importante meccanismo del riconoscersi, accontentando vista e udito di chi guarda e soprattutto ‘sente’, nel senso più assoluto e condiviso.
Ed ecco che la distinzione tra presente-passato-futuro si annulla. E se è vero che l’amore brucia la vita e fa volare il tempo, è altrettanto vero che allora “il tempo non conta”. Quando si è innamorati – canta Zula – e anche quando si guarda un (bel) film.

Silvia Lamia   31/01/2019

 

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