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"And I''ll scratch yours": dodici voci rispondono alla chiamata di Peter Gabriel

"Grattami la schiena che io gratto la tua". Tutto è cominciato nel 2008, quando Peter Gabriel prende a scartabellare un centinaio di canzoni: l'idea è quella di uno scambio musicale, "Io faccio una delle tue, tu una delle mie". Così nel 2010 esce "Scratch my Back", dodici cover di altissimo valore artistico in cui la sensibilità di Gabriel trova un'eco perfetta negli arrangiamenti per orchestra di John Metcalfe.

La risposta degli artisti omaggiati però si fa attendere a lungo: qualcuno si mette subito a lavoro, qualcun altro indugia, c'è chi mantiene un confronto costante con il cantante inglese, chi invece compone in solitudine, e chi poi, senza dir nulla, decide di disertare. Alla fine, comunque - siamo ormai a settembre 2013 -, "And I'll Scratch Yours" vede la luce.

L'album ha una consistenza estremamente eterogenea, ma vista la sua genesi sarebbe stato difficile il contrario: non c'è stata in fondo una vera e propria "collaborazione", i dodici musicisti infatti hanno arrangiato le cover indipendentemente uno dall'altro.

Chi ha sicuramente compreso la natura del progetto di Gabriel sono gli artisti della sua generazione che, ognuno a suo modo, hanno offerto delle rielaborazioni molto personali. David Byrne recupera "I Don't Remember" e ne fa un elettro-disco dall'inconfondibile taglio new wave; Randy Newman gioca al piano con "Big Time" tanto da trasformarla in un divertente pezzo vaudeville; Lou Reed smonta completamente il meccanismo spensierato di "Solsbury Hill" e lo sparpaglia in ossessivi riff di chitarra distorta; Paul Simon plasma il canto di denuncia "Biko" in una raffinata ballata acustica che vibra intensa su un toccante contrappunto di violoncello.

Deludente invece è la risposta dei più giovani: forse il timore di confrontarsi con uno dei musicisti più originali degli ultimi quarant'anni, forse una maturità espressiva ancora acerba, forse una profondità musicale non all'altezza. Di fatto, Regina Spektor canta un testo che sembra non capire, mentre Arcade Fire, Bon Iver e Elbow offrono una buona prova ma troppo fedele all'originale, senza alcuno spessore interpretativo.

Colpevoli assenti Radiohead e Neil Young (i quali si dice non abbiano apprezzato le cover di Gabriel - sostituiti per l'occasione da Joseph Arthur e Feist), così come sorprende che siano stati tralasciati brani come "Wallflower", "Digging in the Dirt", "Red Rain", "Sledgehammer" o "Darkness".

"I'll scratch yours" è un album per pochi che scontenterà molti. Nonostante tutte le sue ombre, però, questa raccolta testimonia la stima reciproca e l'instancabile creatività di una generazione di artisti che fino a oggi non ha mai smesso di sorprendere e innovare, forse anche più delle cosiddette nuove promesse.

A nostro avviso, la migliore traccia del disco è "Mother of Violence": un piccolo capolavoro sperimentale forgiato da Brian Eno, artista strabiliante, classe '48, il cui genio purtroppo fatica ancora a essere ereditato.

 

(Giulio Sonno) 


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