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"Andy Warhol. Vetrine" al Palazzo d''Arti di Napoli

La serialità, la ripetizione per accumulazione da cui non si esce arricchiti ma depotenziati, si coniuga con la vitalità di una città, vetrina di bellezze e sventure, ricongiunte nella zona franca dell'arte contemporanea. Da venerdì 18 aprile, le porte del Palazzo d’Arti di Napoli apriranno al pubblico la mostra “Andy Warhol. Vetrine”, curata da Achille Bonito Oliva, dedicata all’icona pop e al suo rapporto con la città partenopea, nel cui legame risiede l’unicum di tale esposizione.

A partire dagli scatti rubati delle “Napoliroid” fino al simbolo per antonomasia della città, “Vesuvius”, riprodotto in tutte le sue brillanti variazioni cromatiche; dall’headline “Fate presto” della prima pagina del Mattino, successivo al catastrofico terremoto dell’Irpinia del 1980, ai ritratti dei volti noti di Lucio Amelio, Graziella Buontempo, Ernesto Esposito, Salvatore Pica e altri ancora: numerose sono le opere che documentano la relazione dell'artista con emblemi e personaggi della città dalle grandi contraddizioni e che tendono a sottolineare la liaison imaginaire stabilita da Warhol tra Napoli e New York, per lui accumunate da uguale significato e tendenza al meticciato.

Il titolo che accompagna la mostra, “Vetrine”, pone però l’attenzione sull’attitudine moderna del mostrare e del mostrarsi, come se la vita nella società di massa, quella “dello spettacolo”, non fosse altro che un continuo mangiare con gli occhi, l'oggetto di visione e consumo di un cronico vouyer, da cui si comprende l’acquisizione alla mostra delle serigrafie delle scatole “Brill” e dei barattoli “Campbell’s soup”.

“Warhol” – come spiega il curatore – “ha dato classicità all’oggetto di consumo, per questo può essere definito un Raffaello dell’arte contemporanea”. L’opera d’arte, nell’epoca della riproducibilità seriale, causa ed effetto della società dei consumi, illustra il desiderio famelico e del tutto moderno di prodotti non necessari ma resi primari da accattivanti pubblicità. I rapporti tendono ad invertirsi, l'oggetto si ingigantisce e sovrasta il soggetto; la merce si impone al consumatore e in tal senso la serialità, la spersonalizzazione nichilista, induce ad interrogarci sul significato e sul valore di qualità e quantità.

Come tutto ciò si ricollega ancora una volta con Napoli? Semplice, grazie alla scelta oculata di uno dei principali partner: la Ferrarelle, un prodotto di consumo, come i tanti effigiati da Warhol, legato al territorio campano per sede di produzione, si pone non solo come sponsor ufficiale – che garantirà l'ingresso gratuito alla mostra per i primi tre giorni d'apertura - ma come dominio del complesso polinomio tra bene di consumo, serialità, arte, Warhol e Napoli.

E nel gioco delle associazioni, la mente richiama l'immagine delle carnose labbra rosse di una delle più celebri cover di Andy Warhol per i Velvet Underground featuring Nico, che si dischiudono e richiudono poco per volta sul collo di una bottiglia di vetro che andrà a scoprire non più una famosa bevanda internazionale ma una con altrettante “bollicine” e marchio rosso Made in Sud.

Dal globale al locale.


(Laura Marano)

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