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"A ruota libera". La banalità che andrebbe tenuta a freno

Un uomo, vittima di un incidente, ancora frastornato e stordito da una leggera amnesia, ripercorre - interrogato da un medico - la storia della sua vita, delineandone le tappe principali in un insolito calendario scandito da donne e motori. Al triciclo e alla mamma succede la prima bici e la sorella, segue il motorino con le prime conquiste, su su fino alla prima auto.

Correva l’anno…

I personaggi della memoria si concretizzano sulla scena.

L’idea alla base dello spettacolo di e con Michele La Ginestra potrebbe apparire interessante.

"A ruota libera" di luoghi comuni, di mediocrità, di battute scontate e volgari, il risultato. Questo il titolo appropriato per uno spettacolo intessuto di caricature di bassa qualità, ammiccamenti allo stereotipo dell’italiano medio, impacciato e latin lover, gigione e mammone.

Il romanaccio in scena, una delle tante figlie di Er Monnezza, la stucchevole apoteosi della commozione con il ricordo della morte di Ayrton Senna.

Non vi è nessuna bellezza in questo spettacolo, in cui il protagonista, con continue smorfie facciali e centro del corpo spostato nel bacino, strappa risate facili al pubblico.

È possibile il riso intelligente. Lo ha insegnato la mirabile storia della commedia.

È possibile portare in scena lo stereotipo dell’italiano medio. Sordi, al quale La Ginestra strizza l’occhio, lo ha fatto con immortale intelligenza.

Si fa, sulla scena, l’impietoso e ahimè realistico ritratto del nostro tempo.

Consigliato agli antropologi.

 

(Caterina Martucci)

 

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