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“Wangki – il silenzio delle sirene”, ovvero lo sguardo (superficiale) del documentario al Rome Indipendent Film Festival

Al Nuovo Cinema Aquila di Roma, in concorso per la categoria “Documentariff national documentary competition” della XIII edizione del RIFF (Rome Indipendent Film Festival), che durerà fino al 23 febbraio, è il turno di “Wangki – il silenzio delle sirene”.
Il mediometraggio, opera prima firmata da due giovani registi, la brasiliana Joana De Freitas Ginori e il romano Matteo Vieille Rivara, porta lo spettatore alla scoperta dei Miskitos, un’antica popolazione indigena che vive sulle sponde del Wangki (Rio Coco), il fiume che separa l’Honduras dal Nicaragua.
Una terra lontana, misteriosa, ricca di colori e tradizioni catturata dalle immagini del film che non si limitano a essere semplice specchio della realtà, ma rivelano la poetica e lo stile dei registi (in particolare nella ricerca di una fotografia levigata e nella scelta di precise inquadrature), aggiungendo alla natura documentaristica della pellicola una forte presenza autoriale.
Gli stessi indigeni Miskitos non sono semplici testimoni di tradizioni, culture, storie e memorie, ma veri e propri personaggi, ognuno con un preciso ruolo descritto tanto dalle parole, quanto dalle azioni, dai movimenti e dai gesti nei quali sono ritratti.
La macchina da presa scivola sulle acque, sugli alberi, sulle baracche, sui sorrisi dei bambini, sugli sguardi speranzosi dei giovani, sulle rughe colme di passato degli anziani, disegnando un ambiente e un popolo lacerato dalla povertà e dalle piaghe sociali.
Ascoltiamo gli ex combattenti, simboli di una memoria carica delle sofferenze della guerra; ascoltiamo l’anziana donna che ricorda come il fiume Wangki, un tempo pieno d’acqua, ora si stia prosciugando; ascoltiamo Regina e Rose, vittime di violenza che oggi combattono lo schiavismo e lo sfruttamento femminile; ascoltiamo Maria, una delle molte giovani indigene cedute in tenera età dalla famiglia in cambio di qualche soldo.
Racconti che lasciano trasparire un importante argomento al quale, tuttavia, il film si limita soltanto ad accennare (che richiederà l’approfondimento in sala da parte della stessa regista). La presa di coscienza e la ribellione delle donne locali nei confronti della violenza maschilista ha portato (solo ultimamente) a un’importante conquista: la nascita di una legge contro la violenza sulle donne.
Tema appena accennato, dunque, come quello della figura della sirena che - nonostante componga il titolo del film - viene rapidamente liquidata, negli ultimi minuti della pellicola, come falso mito di un’affascinante e temuta creatura che, risalita dal mare, vive nel fiume e minaccia di rapire coloro che s’immergono nelle sue acque.
Luoghi e tempi vissuti da alcuni protagonisti che danno voce a tante problematiche storico e geo-politiche, ecologiche, sociali e ambientali. Tante, forse troppe e complesse questioni da trattare (in meno di un’ora di film) che obbligano lo spettatore a una continua migrazione da un tema all’altro e suscitano in lui la conseguente attesa di approfondire e di “sviscerare fino in fondo la questione”, come si legge nelle note di regia; attesa vanificata da uno sguardo e una’analisi diffusi ma limitati e superficiali.

(Nicole Jallin)

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