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"A proposito di Davis": arriva nelle sale il nuovo film dei fratelli Coen

Gran Prix lo scorso maggio a Cannes, arriva finalmente anche in Italia l’ultimo film di Joel e Ethan Coen, A proposito di Davis. Ambientato nel 1961, è la storia di Llewyn Davis, cantante folk spiantato nel Greenwich Village prossimo a esser sconvolto dall’apparizione di un ragazzino dalla voce metallica del Minnesota di nome Zimmerman, Bob per gli amici, Dylan per i palchi. Llewyn suona al Gaslight Café (quello dei leggendari Gaslight Tapes dylaniani) ma non ha un soldo, dorme sui divani, non riesce a tenersi una donna né un gatto, con puntuale necessità schiva, ricambiato, la fortuna. Un puro figlio della filmografia di casa Coen.

Un po’ metropolitana Odissea tragicomica dagli echi joyciani – dove Ulisse è un gatto – un po’ road movie di pura marca coeniana – il viaggio a Chicago è un film nel film che rasenta il capolavoro, grazie anche a un epocale John Goodman nei panni di un vecchio bluesman eroinomane – A proposito di Davis è storia piccola e preziosa di un uomo in balia di se stesso e della sorte ma anche straordinario spaccato di un’epoca e della sua musica. Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake cantano live le canzoni del repertorio folk di quegli anni regalando al film un’autenticità documentaria non banale, sostenuta dalla proverbiale maestria dei registi per la costruzione della messa in scena.

"A proposito di Davis" è una gemma che si incastona splendidamente nella produzione dei fratelli Coen. Manca forse la potenza epica di quella mitografia a posteriori (posteriore al mito americano, alla classicità dei linguaggi, ai generi, alla modernità cinematografica), tipica delle opere maggiori (penso a "Crocevia della morte", "Barton Fink", "Non è un paese per vecchi", "Il Grinta"), ma capace di regalare un nuovo, emblematico, episodio di quell’odissea in lettera minuscola che compone il cinema dei Coen: un viaggio nelle americhe e negli americani dalla parte del loser, dell’uomo che non c’era, della monade il cui libero arbitrio è solo una minoritaria funzione in quella caotica partita a dadi che è l’esistenza.

 

(Giacomo Lamborizio) 

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