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"Amore, Carne".. e un ego smisurato

Amore Carne di Pippo Delbono ci porta per mano in un buio feroce, un viaggio immaginifico, musicale e simbolico, nella morte fisica, nel dolore della separazione, nello sfiorire di ogni bellezza; ma l'obiettivo di questa presa di coscienza è tutt'altro che decadente. Parlare della morte, evocarla, guardarla in faccia è già di per se una bella provocazione in una società che fa di tutto per occultarla. E così l'attore - autore nel suo ultimo lungo metraggio, abdica la distanza e avvicina la realtà per essere nelle cose.

Realizzato con la videocamera del cellulare, è un esempio di cinema soggettivo, declinato in prima persona. Costruito con una struttura circolare, il film è una sorta di confessione del proprio dramma esistenziale dove la dialettica tra arte e vita è uno stimolo visivo continuo. Dal pasto con la madre che diventa l'occasione per rievocare la Ballata delle madri di Pasolini, al test dell'hiv in clinica che ricorda le esperienze ospedaliere di Moretti; dalla sequenza della foresta di betulle di Birkenau - una citazione non dichiarata del documentario di Claude Lanzman, “Shoah” - alle immagini dei gabbiani, che planano a bassa quota, sfiorando le onde del mare e accompagnano la lettura del “Battello ebbro” di Rimbaud.

Il cinema di Delbono trasgredisce la narrazione e i suoi tradizionali legami logici, infilando un presente allucinatorio e travolgendo le categorie di tempo e di spazio. “Amore Carne” produce un linguaggio che non deve necessariamente comunicare ma piuttosto evocare, dilatando infinite possibilità di suggestione attraverso il gioco delle analogie e delle associazioni di immagini. Un cinema fuori da ogni genere e definizione ed è forse proprio questa la debolezza di un'operazione che rischia di essere troppo autoreferenziale. L'incapacità di uscire da se, di perdere se stesso e quindi di perdere il controllo, fanno ripiombare continuamente la pellicola nel ristretto campo della dimensione intima e egoica dell'autore lasciando alla fine una sensazione di disagio, quasi ci si fosse intrufolati involontariamente in casa d'altri. Passionista della comunicativa più di quanto voglia lasciar intendere, Delbono non porta l'arte agli altri per ricavare se stesso, ma se stesso agli altri per ricavare l'arte. Qualcuno forse dovrebbe ricordargli che l'umiltà nell'arte è Conditio prima.

 

(Federico Guarascio) 

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