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“Vent’anni”: un docu-film con poco appeal

Le intenzioni erano buone. Percorrere, attraverso l’evoluzione storica e parallelamente privata, un ventennio ricco di cambiamenti che hanno rivoluzionato la storia dell’occidente: un’idea i cui risvolti potevano essere più che positivi. Il risultato finale del film di Giovanna Gagliardo, “Vent’anni”, invece, lascia quantomeno perplessi.

Il simbolico ponte costruito dalla regista vede un arco storico che va dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 al crac della banca americana Lehman Brothers nel 2008, collegati attraverso le vicende dei due protagonisti, Giulio e Marta che intrecciano episodi personali a fatti storici, tentando di raccontare le implicazioni private e sociali scaturite da eventi eccezionali come la riunificazione tedesca, la caduta delle torri gemelle e la crisi finanziaria. La cosa interessante è che a confrontarsi sono due mondi opposti: il comunismo della Germania est – da cui proviene Marta – e il capitalismo, il mondo della finanza, in cui Giulio si è sentito sempre a suo agio, nella convinzione che moltiplicare denaro fosse il suo maggior talento. Il crollo con cui si apre il film sulle note di Alexander Platz (Berlino, 9 novembre 1989) è un simbolo di fallimento e sconfitta: quello che ha visto prima crollare il comunismo con le sue ristrettezze e i suoi limiti, e poi il capitalismo del tutto è possibile, dell’utilizzo di denaro finto come quello giocato in borsa, del consumo immediato di ogni desiderio.

Peccato che anche questo film sia pieno di crepe che lo rendono poco attraente allo spettatore. Anzitutto la forma narrativa scelta dalla regista è quella del racconto: i protagonisti presi nel presente ripercorrono a ritroso le tappe della loro esistenza come in una specie di intervista. Escamotage, questo, che rallenta notevolmente la fluidità del racconto. Le poche scene girate sotto forma di dialogo – attraverso flashback – e vissute in prima persona risultano fortemente artificiali, un artifizio che di certo non appassiona.

Infine, la presenza di esperti di storia ed economia, come Guido Rossi, Jean Paul Fitoussi, Ernesto Gallo Della Loggia e altri, seppure i loro interventi siano molto interessanti, dà allo spettatore la sensazione di trovarsi, più che davanti a un film, a una lectio magistri.

 

(Amelia Di Pietro) 

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