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"American Pie: Ancora insieme", una reunion in pieno stile (demenziale)

In uscita la scorsa settimana nei cinema italiani, "American Reunion", ottavo capitolo della saga America Pie, dividere il pubblico.

Da una parte c'è chi difende la pellicola a spada tratta; alcuni blog sostengono, a priori, che è uno degli episodi più riusciti della serie. Dall'altra c'è la schiera 'Maurizio Porro docet': il critico del Corriere della Sera ha stroncato il film sul quotidiano nazionale etichettandolo come sboccato e volgare.

Innanzitutto, "American Reunion" va contestualizzato.

Quando si parla di cinema demenziale americano, ancor prima di 'American Pie' datato 1999, vanno ricordati i successi dei fratelli Farrey, "Scemo e più scemo" ('94) e "Tutti pazzi per Mary" ('98). Da lì ha inizio la commedia americana demenziale, un genere che certamente può non piacere, ma che ha riscosso un successo di pubblico, non solo negli Stati Uniti, che non può essere ignorato.

"American Reunion" è un film scorretto, goliardico, ma estremamente liberatorio e divertente. Centrale in questo episodio è la descrizione dei rapporti personali che mutano, migliorando o distruggendosi, dall'epoca adolescenziale a quella adulta. L'amicizia è il valore fondante di tutti i film della saga, e in particolar modo di questo film, che appare come una fotografia sbiadita dei sogni giovanili perduti. I cinque protagonisti storici della serie (l'imbranato Jim, il sedicente filosofo Finch, il rassicurante Kevin, lo sportivo Ostreicher, il vulcanico Stifler) si ritrovano dodici anni dopo il diploma, trentenni e piuttosto insoddisfatti. Sono un bell'esempio impietoso dell'americano medio.

"American Reunion" non è il classico sequel (arriva nove anni dopo "Il matrimonio"): sotto la risata di pancia, lancia uno sguardo nostalgico, e umanissimo, al periodo della gioventù. La vita cambia ma l'amicizia resta.

 

(Martina Pattonieri)

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