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"Act of Valor": spari, sangue, esplosioni e poco più

Allarme rosso. Spari. Sangue. Esplosioni. Spari ancora. I nemici in “Act of Valor” sono due: il primo ha la barba e il secondo legge la torah (o almeno dovrebbe). Insomma, un terrorista musulmano e un ebreo senza principi. Il terrorista ha diversi kamikaze da far esplodere in terra americana, grazie a meravigliosi giubbotti esplosivi che non vengono rilevati dai metal detector. E l'ebreo è (stranamente) suo amico, ma è anche un narcotrafficante stile Jesús Malverde (non a caso di fa chiamare "Cristo").  Ma arriva la cavalleria made in USA: tutti belli, forti, biondi e puliti. Abbandonano le loro case, con mogli e figli altrettanto perfetti, per essere sballottati da un capo all’altro del mondo, con l’obbiettivo di salvarlo (consideriamo che il mondo per loro è l’acronimo U.S.A.)

Banale la trama bellica e sentimentale. Inconsistenti i dialoghi che sembrano essere stati creati con l'unica finalità di riempire i vuoti tra uno sparo e l'altro. Il tutto abbellito da intermezzi dedicati a relazioni familiari e amicali, penosi a un livello magistrale. Anche perché  la scelta di prendere soldati reali invece che attori, offre un risultato interpetativo non solo mediocre, ma ridicolo. L’unica cosa salvabile è uno dei brani della colonna sonora: Snow Patrol, “What if the storms ends?”

Uno sfoggio (elementare se paragonato a "Avatar") di tecniche cinematografiche avanguardistiche. Un racconto eroico per chi ancora non ha chiaro chi sono i buoni e per chi non ha capito chi sono i veri salvatori. Perché saranno loro a salvarci, anche dalla crisi!

Non riesce come film eroico né come documentario, però bisogna ammettere che il risultato stereotipo è fenomenale, non si poteva fare di meglio. Un vero atto di valore per chi andrà a vederlo. Nelle sale dal 4 aprile.

 

(Marta Bevilacqua)

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