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"Adishatz/Adieu", la malinconia erotica di Capdevielle

La costruzione di Adishatz/Adieu, spettacolo presentato all'interno di Short Theatre nell'ambito di TransARTE (Teatro India dal 5 al 11 settembre), inizia con un mosaico caleidoscopico di musica pop, fra cui è sopratutto Madonna, la rockstar dalle lisergiche trasformazioni, a prestare le parole che si intrecciano fino a formare un ritratto del protagonista iridescente, complesso e superficiale allo stesso tempo. Jhonatan Capdevielle diventa imbuto e cassa di risonanza, offre quasi un'ora di one man show, provoca e spinge oltre il limite del sopportabile la sua performance canora, mentre la narrazione si sviluppa piano, come sottotraccia che emerge tra i ritornelli quotidiani, tormentoni condivisi da una comunità globale, che però riescono a innestarsi come cisti nel vissuto personale di ognuno.

La voce e il microfono e una lattina di pepsi ammaccata, questi gli unici elementi su cui è possibile focalizzare l'attenzione, solo più tardi faranno la loro comparsa anche una palla da discoteca, una consolle per il trucco, una parrucca bionda e dei tacchi vertiginosi: gradualmente la metamorfosi della scena si compie sotto i nostri occhi e apre uno squarcio sulla tragedia personale del personaggio JoJo. Capdevielle si presta a questa trasformazione, diventa corpo senza organi, nervi e cervello sono esposti, trovano il loro prolungamento nel suono, artificiale e rivereberato, diffuso tramite gli speaker di sala.

Provocazione o reale attitudine, questo è un dubbio che non viene sciolto. La sua è un'autopsia sul corpo sociale, una critica del bisogno. Riconoscere la propria appartenenza a una comunità non significa necessariamente piacersi. La particolare intensità della performance attoriale conquista, al di là di una drammaturgia volutamente scomposta, che tramite la sovrapposizione di grumi nevrotici riesce a dar vita a una trama dolorosa, che non lascia spazio ad alcuna ambiguità.


(Alice Gussoni)

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