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In principio era Jimmy Mc Gill: la terza stagione di “Better Call Saul” in onda su Netflix

Ricomincia tutto da “Cinnabon”, la panetteria in cui lavora Gene, in realtà Saul Goodman/James McGill. I cupi toni del bianco e del nero ritornano ciclicamente ad ogni inizio stagione, per farci recuperare con la memoria tutti quegli indizi che Gilligan non fa che seminare. Amante del video, trasgressore per buona causa, aspirante avvocato in continuo conflitto con il fratello Chuck – che al successo c’è arrivato. Uno dei personaggi più affascinanti dell’universo Breaking Bad continua a catturare l’attenzione di un pubblico che si mostra sempre più interessato alla sua metamorfosi in Saul Goodman (interpretato da Bob Odenkirk).  Bettercallsaul1
Il colosso dell’on-demand Netflix ha iniziato a trasmettere la terza stagione di “Better Call Saul” dallo scorso 11 aprile, introducendo un episodio nuovo ogni settimana. Una terza stagione che ad oggi conta sei episodi di cui quattro non ancora andate in onda. La nuova stagione riparte in modo molto diretto e già dalle prime puntate riprende ogni cosa rimasta in sospeso.
Eravamo rimasti ad un cliffhanger di stagione in cui Chuck medita la sua vendetta legale nei confronti del fratello per aver contraffatto il documento di acquisizione della causa Mesa Verde, che a detta di James apparteneva di diritto a Kim Wrexler. Mentre Mike Ehrmantraut resta spiazzato di fronte ad un bigliettino sul parabrezza dell’auto con su scritto “Don’t” (non farlo!), lasciato lì da qualcuno, proprio nel momento in cui stava per attentare alla vita Hector Salamanca.

Flashback e citazioni rendono questa terza stagione un concentrato di commedia e dramma che si inasprisce man mano che si percorre la storia.
Ecco che entrano in gioco conflitti legali, lotte per la supremazia e personaggi che, apparsi precedentemente in Breaking Bad, sono diventati dei punti fermi dell’immaginario collettivo come il serafico e attento venditore Gus Fring, salvo poi essere uno dei più temibili distributori di droga. Non manca neanche Hector Salamanca, li zio dell’agghiacciante Tuco che, prima di finire su una sedia a rotelle con tanto di ossigeno, brama potere con l’intento di superare lo stesso Fring.
Un ritorno al completo, in cui ogni fallimento di Jimmy McGill rappresenta un avanzamento notevole verso una “maturazione atipica”, una direzione contraria per colpa di una rivalsa che non arriva mai.

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Con un procedere particolarmente verboso, Vince Gilligan riesce a raccontare una storia che – almeno fino ad ora – non ha mai perso il filo e in cui non importa per i momenti “zero sound” perché ci pensano fotografia e montaggio a completare lo spin off più amato del momento. Ogni tassello riempie il posto giusto al momento giusto. Il gioco delle citazioni si fa strada attraverso la bianca Cadillac, il pupazzetto (che stavolta non galleggia in una piscina), la panchina con tanto di pubblicità e il lavoro al “Cinnabon” come profetica visione di Saul nell’istante in cui rende nota a Walter White la sua fine di «triste individuo dal basso profilo».

Paola Smurra 18/05/2017

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