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Le "Solitudes" dei Kulunka, prima o poi, ci toccano tutti

FIRENZE – Ci sono solitudini che non riesci a sciogliere, silenzi che pesano sulle ossa violenti e volgari, cappe e sacche di vuoto che soffocano qualsiasi reazione. Il mondo, ovattato e carico di inquietudine e feroce stallo, creato dai Kulunka (dopo il commovente e straziante “Andrè e Dorine”, visto nella passata stagione sempre al Teatro di Rifredi) è di una pastellata atmosfera che si opacizza, allenta le retine in un'acquosa dispersione, riscalda affondando le unghie in una carta da parati stinta senza più colore né calore. L'intento, claustrofobico e pressante, è più o meno lo stesso e se nel primo caso, appunto “Andrè 00solitudese Dorine”, il nodo era il fine vita di una coppia, qui è come se fossimo davanti ad un sequel con l'anziana della coppia che se ne va e il marito-nonno che rimane a fare i conti con l'egoismo, l'indifferenza, la stupidità, l'insoddisfazione, l'incomprensione, la penuria di sentimenti di quelli che gli restano, ipocritamente, attorno, come presenza fisiche e non come sostegno affettivo e morale.
Sono tutti oggetti sbiaditi in questo quadro dove manca, come buco allo stomaco, la vicinanza, il volersi bene, l'ascolto, ma anche il tatto, le mani, gli abbracci. Il pathos è colmo passando repentinamente da un certo ambito leggero alla Sandra e Raimondo, con liti familiari-coniugali tra due vecchi compagni di vita, soprattutto i loro riti quotidiani tra i quali il gioco delle carte nel pomeriggio, fino a momenti laceranti di perdita, di abbandono, di lutto, di 02solitudesimpossibilità, di impotenza. Le maschere che i Kulunka portano amplificano sia la parte fanciullesca e tratteggiata di ricami ironici così come quella più dura e acida, quella riflessiva e pungente. E “Solitudes” è una piece velata e intelligente, a strati potremmo dire, che ad ogni piano presenta sorprese e una maggior analisi del tema centrale, appunto la solitudine, soprattutto quella che fa più paura, quella provata in mezzo agli altri, se parenti e consanguinei ancor peggio. Più che altro è l'inutilità il sentore più preoccupante e materico che si percepisce: tutto appare vano, l'esserci come il non esserci, la presenza degli altri come la loro assenza e la vita appare quella che in definita è, del tempo da far scorrere fino al suo esaurimento.
Ma ci sono dei piccoli tocchi che “Solitudes” presenta, dal cambio di registro, depauperamento empatico o crescita emotiva, nei personaggi di corollario attorno come petali al bocciolo centrale costituito dall'anziano rimasto vedovo: il figlio che scivola nella freddezza e nell'incapacità di04solitudes avere attenzioni verso il genitore sofferente, la nipote che da ragazzina tutta cellulare, sesso e alcool prende coscienza, muta il suo atteggiamento, si fa donna responsabile, capisce la situazione e prende in mano (la saggezza delle donne) la barca alla deriva. In tutto questo i Kulunka non tralasciano nemmeno uno sguardo, pessimistico ma realista, più ampio alla società nella quale stiamo vivendo, tra prostituzione, droga, gli abusi e le beffe subite dagli anziani, i derelitti di ogni tipo pronti con il coltello tra i denti (come il cane che azzanna, uccide e si mangia un gabbiano) a mietere altre vittime (come del resto lo sono loro stessi) ampliando a macchia d'olio la disperazione del vivere, peggiorando la qualità della vita, rinchiudendo le persone nei loro loculi costantemente con la paura di uscire di casa.
03solitudesIl mondo che si manifesta e anima attorno alla piccola abitazione dei due anziani è un Paradiso perduto, un borgo violato e sfruttato che cola di pioggia e lacrime, di insensibilità diffuse, di sguardi scavati e senza sangue, di zombie più che di persone pensanti, di sfruttamento e terrore, di lascivo e caustico, dove l'innocenza è persa e l'amore un vago ricordo favolistico. Ma nell'aria c'è ancora qualcosa che aleggia e ronza, quel moscone che gira senza posa, che è comunque portatore di movimento e curiosità, che si sposta e viaggia, che tutto tocca, incarnazione, per chi ci crede, del defunto scomparso che torna a farsi presente, che anche le cose brutte e sporche possono essere portatrici di gioia, soprattutto di vita. L'unica arma, l'unica via d'uscita è l'amore. L'amore è tutto carte da decifrare.

Tommaso Chimenti 10/12/2017

Leggi la recensione di Andrè e Dorine: http://www.recensito.net/teatro/andre-e-dorine-kulunka-teatro-recensione.html 

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