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"Operários" di tutto il Portogallo unitevi

La classe operaia non va in paradiso. Resta piantata sulla terra, senza scosse, senza slanci in altezza, senza guizzi. Sprofonda di giorno in giorno, nella melma infernale e velenosa che la società, precaria, in crisi ormai perenne, fa colare addosso, mietendo vittime anche in questo estremo occidente europeo. Una situazione di disagio profondo che sembra essere il tema dominante di “Operários”, opera di interessante indagine sociale portata in scena al Festival de Almada, da Miguel Moreira e Romeu Runa.
Disagio, repressione, violenza, tre fili conduttori di una messa in scena che mescola danza, teatro fisico e una drammaturgia irriverente e poetica: al centro l’involuzione della condizione degli operai portoghesi HG IMG 0965(scaturisce in maniera naturale un facile parallelo con le nostre situazioni più sensibili) di quelle industrie navali che in questa lingua di terra riflessa su Lisbona avevano un valore economico e sociale fondamentale (la compagnia, infatti, porterà a breve lo spettacolo proprio in queste zone) e che, nella visione quasi catastrofica del gruppo Utero, viene qui paragonata alla vita degli artisti.
La scena cupa è interrotta da brevi solchi di luce e da un gioco di effetti che accrescono ansia e destabilizzano la vista. Sembra di essere in uno scantinato, in una prigione umida, nella stiva di una nave, in un dock portuale dimenticato. Rumori, respiri, palpitazioni, tutto viene amplificato da questo senso di isolamento e solitudine e dall’acqua che sale, monta incessante, scende dal tetto, scorre sul pavimento e dalle pareti, che schizza addosso al pubblico: è il giorno del giudizio per questi operai che, qui, sono macchine impazzite, robot fuori controllo, contratti, compressi, in vani desideri di libertà e vita; soldati senza più comando, marinai alla deriva. C’è solo acqua intorno, elemento che dovrebbe essere salvezza e fonte di lavoro, di benessere e che ora diventa naufragio, disperazione, tortura, morte.
HG IMG 0968È una drammaturgia metaforica e densa, grottesca e ironica, carica, satura, a volte ridondante nell’uso dell’oggettistica, ma tutto ci appare necessario per creare quest’atmosfera di contrasti, di attriti ben pensati. Moreira presta il suo corpo ai fini della narrazione, un corpo che, attraverso la danza, il movimento e anche la stasi, si fa parola e immagine; nudo, privato di qualsiasi indumento, barriera e pudore, in un triplice ruolo sovrapposto intenso e viscerale: l’operaio che viene schiacciato (grandi legni in scena, ricordano le assi delle navi, a calcare il peso, a sottolineare l’impossibilità di rialzare la testa) dai nuovi assetti aziendali, dalle nuove linee imposte dalla crisi; l’attore denudato di dignità e possibilità; il Portogallo che affonda con le sue stesse punte di diamante nell'industria nautica.
In scena, nella multidimensionalità dei messaggi che ci arrivano, si muovono personaggi silenziosi ma di grande impatto, messi insieme e manovrati da Runa, vibrante e quasi diabolico nella sua danza carnale, straziata, violenta che ci ricorda alcuni quadri della Tragedia Endogonidia di Raffaello Sanzio; personaggi alla ricerca di una via di fuga, di un bagliore (come l’uomo che vaga sul palco con un lumino acceso per tutto il tempo della perfomance, a dare senso e luce ai protagonisti, un regista in scena kantoriano desolante), ma anche, all’opposto, uomini forti, di importanza, la nuova classe dirigente al comando che mescola e rimpasta i colori sulla tela, fino all’illusione pittorica, al surrealismo visivo.
Impossibile non farsi travolgere.
Ciò che resta originario nell'operaio è ciò che non è verbale: per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo. Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere.” (Pier Paolo Pasolini).

Visto il 9 luglio al Teatro-Estúdio António Assunção, Almada, Lisbona.

Giulia Focardi 11/07/2017

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