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“Love Me Tinder, Hate Me True”: il primo appuntamento di uno spettatore voyeur

Al centro della scena un cubo, chiuso ma non troppo: perché sulle pareti ci sono molti spiragli, trasparenze, oblò da cui si intravede una donna seduta in poltrona. Aspetta, è un po’ impaziente. Nell’aria si propagano le note di velluto di “Amandoti” dei CCCP e le luci si spengono. Si riaccendono: nella camera-cubo è entrato anche un uomo. Inizia così “Love Me Tinder, Hate Me True”, spettacolo di e con Mauro Fanoni e Alessandra Flamini che ha debuttato lo scorso 17 marzo al teatro Mr Kaos.
Una commedia brillante che annienta la visione frontale del palco e riscrive un modo nuovo di intendere la visione. Da una parte si evidenzia, attraverso una quarta parete fisicamente presente, una certa volontà di non interagire, ma dall’altra si investe il pubblico di una autonomia critica e interpretativa del tutto nuova. Le regole sono semplici: se allo spettatore è stato dato un cuoricino azzurro, allora potrà assistere allo spettacolo da un posto sugli spalti. Se si ha un cuoricino rosso, invece, si può scegliere da quale prospettiva guardare, cambiando liberamente posto durante la rappresentazione. Si ridefiniscono i ruoli, gli spazi e anche i tempi. Per assecondare quel concetto di nuovo voyeurismo teatrale in cui l’occhio di chi èLoveme2 all’esterno coglie frammenti di intimità attraverso una tenda, i ripiani di una libreria, una lastra di plexiglass, i riquadri di una porta a vetri. In questa cornice atipica e atopica ci sono un uomo e una donna che si incontrano per la prima volta: Nico ed Eva sono i loro nomi che vengono pronunciati solo una volta. Si sono conosciuti su Tinder e si sono dati appuntamento dopo pochissimo, ma cosa c’era prima del reciproco like sul social, non è dato sapere. O forse sì. Si sbottonano gradualmente, questi due personaggi così distanti tra loro, seguendo l’andamento ondulatorio di dinamiche in cui il cinismo è detenuto (e rivendicato con orgoglio) dalla figura femminile. Risulta piacevole interfacciarsi con una donna non svenevole, insensibile ai richiami del romanticismo, disincantata ai limiti del caricaturale, che non sopporta l’idea di dover sostenere una conversazione prima di poter andare a letto con un uomo. Una che seleziona i partner in base a un unico e immaginabile criterio e preserva la vita privata da eventuali commistioni con i numerosissimi flirt occasionali. Dall’altra parte, un traditore seriale che però indossa la maschera della sensibilità, ribadisce l’importanza della complicità e della seduzione intellettiva. La scena diventa un ring anomalo su cui i due si affrontano a colpi di parole. Il parlato è fitto e persistente, raffiche di insulti si abbattono sull’altro come scariche di proiettili o si ergono come muri imponenti fatti di «non sono affari tuoi» che si frappongono tra i due e dividono la scena a metà, lasciando da una parte e dall’altra due solitudini e due insoddisfazioni diverse, ma entrambe specchio della realtà in cui viviamo. Né apocalittici, né integrati: “Love Me Tinder, Hate Me True” è un modo ironico e gradevolmente distaccato per descrivere una porzione delle nostre giornate e quel bagaglio ingombrante di esperienze fallimentari che porta a respingere tutti i tipi di rapporti interpersonali. E poi, naturalmente, l’importanza vitale dei social network: il digitale che diventa metafora della quotidianità, con parallelismi a volte indovinati, a volte un po’ prevedibili. A chiudere questo match, la voce del cantautore emiliano Giovanni Lindo Ferretti che filtra attraverso la lente punk il Roland Barthes di “Frammenti di un discorso amoroso” e urla: «Un rapimento, un'estasi,/ Su un punto delicato,/Questa non è una replica,/Facile e leggera,/Non è una mossa tattica». Mi ami? Chi lo sa. Nel frattempo, un cuore su Tinder.

Letizia Dabramo 19/03/2017

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