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“Il nome della rosa” di Eco/Massini/Muscato o della decifrazione dell’inganno dei segni

Che tesoro incommensurabile sono le biblioteche. Custodi di una memoria della parola, considerata molto spesso immobile, che riprende vita nel momento stesso in cui viene soltanto scorta con l’occhio della mente e moltiplicata nell’etere attraverso il suono della voce che pronuncia quei segni significanti rendendoli ancora più vivi. Quelle biblioteche archivi della nostra storia, reale – come prove conservate nel corso dei secoli – o inventata, in grado di liberare le ali dell’immaginazione per scrutare misteri inaccessibili, gli stessi che hanno infiammato i diversi autori, cesellatori della scrittura. E di mistero dobbiamo, in gran parte, parlare quando pensiamo al romanzo-caso tra i più importanti della letteratura non solo italiana ma mondiale: “Il nome della rosa” di Umberto Eco, pubblicato nel 1980 e vincitore – l’anno seguente – del Premio Strega. “Mistero” perché racchiude in sé quel carattere teologico che mette in campo la possibilità di una fede da abbracciare; “mistero” per quella dose di ambiguità dove tutto sembra, a un tempo, qualcosa e il suo contrario, rimandando a molteplici connessioni vere, intraviste o false; “mistero” da svelare, quello di un’avventura dalle tinte noir fatta di omicidi, intrighi, indagini, sospetti, superstizioni, teorie e colpevoli. Ma è anche, soprattutto, il mistero della lingua, dei segreti riposti dentro la scrittura, espressione sì tanto visibile quanto chiusa in se stessa e spiegabile con la logica, un attento studio-dibattito che scavi in profondità la teoria dei segni nel loro legame con l’oggetto e il concetto. “Il nome della rosa” è come la punta di un iceberg sotto il quale c’è il denso strato della cultura che s’inspessisce sempre più, è come le fondamenta, antiche e resistenti, sulle quali si erge un remoto e ignoto monastero dentro cui aggirarsi, microcosmo diventato ambiente della storia narrata da Eco. Cercando di lasciare intatto il sapore ultimo del racconto dello scrittore, filosofo e saggista italiano, un altro autore e drammaturgo dei nostri giorni, Stefano Massini, è diventato il miniaturista della prima versione teatrale del romanzo andata in scena, anche, al Teatro Argentina di Roma, firmata dalla regia di Leo Muscato (che ha curato anche l’adattamento) e prodotta dal teatro stabile di Torino, di Genova e del Veneto.
Tra luci e ombre, sono i ricordi del vecchio Adso da Melk (Luigi Diberti) che vengono da lui rievocati, scritti e rappresentati sulla scena, testimonianza degli «eventi mirabili e tremendi» ai quali, in gioventùNomerosa 2 quando era soltanto un novizio benedettino, assistette in un’abbazia italiana al seguito del suo maestro, il dotto francescano ex inquisitore Guglielmo da Baskerville (Luca Lazzareschi), alla fine dell’anno del Signore 1327. È una voce e, soprattutto, un corpo quasi sempre in scena quella di Adso, tessitore di quelle parole dette che si materializzano nelle azioni dei personaggi – monaci, erboristi, custodi, copisti, eretici – tutti pedine, ignare, di una partita giocata in punta di argomentazione, tra deduzioni e dogmi che scandiscono la secolare lotta filosofica tra ragione e fede. In occasione di una riunione sulla dibattuta e ambigua povertà di Cristo, s’innesca così una serie d’inspiegabili delitti che insanguinano le giornate e che porteranno sempre a un unico luogo – l’oscura e inaccessibile biblioteca con annesso scriptorium – e all’esistenza, presunta, di un manoscritto proibito – il secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso. A fare da detective sarà il “decifratore” Guglielmo che, insieme al giovane Adso (Giovanni Anzaldo), si scontrerà con la “cecità” di Jorge de Burgos (Bob Marchese), araldo della fede, e il risolutivo accusatore dell’inquisizione Bernardo Gui (Eugenio Allegri), “scintilla” che purifica con il fuoco dall’infezione del demonio, per arrivare infine alla risoluzione del caso. Muscato, avvalendosi di un cast eterogeneo e amalgamato, costruisce una messinscena misurata e contenuta il cui tratto distintivo è una forte dose immersiva, sia, in buona parte, dovuta alla natura enigmatica che muove l’intera vicenda, sia anche per il carattere labirintico della scenografia di Margherita Palli, quasi riflesso dell’arzigogolo del pensiero, tra scale, aperture, colonne e vetrate che nascondono spazi dai quali escono e nei quali s’immergono i protagonisti, sottolineata ulteriormente da molteplici videoproiezioni – curate da Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii – per evocare momenti e atmosfere particolari – incendi, pagine di manoscritti, gli interni dell’abbazia, l’ossario – in attesa di raggiungere la verità sempre celata dall’ombra. Ma è qui, in questa intercapedine-frattura della mente, che avviene la risoluzione in termini di significato, il cedere all’incertezza, al dubbio, alla deformazione, per ribaltarlo, di un modus di pensare fondato sulle luminose e sbandierate certezze accolte per una “paura della fede” guardiana della religione e dell’esistenza. La luce del dubbio, verrebbe da dire, è la fiammella di una candela che illumina gli ingannevoli elementi linguistici – come quelli multipli che racchiude italiano, latino, inglese, spagnolo e dialetto, con cui si esprime l’eretico Salvatore (Alfonso Postiglione) –, le disamine semiotiche sui falsi idoli, la letteratura, la menzogna, la curiosità, la morale, la materialità della vita – come nella scoperta carnale del giovane novizio con una ragazza (Arianna Primavera) –, l’innocenza, la finitezza dell’esistenza, tutto per eliminare l’arroganza dello spirito e la fede senza riso, e accogliere quella gioia nelle sue possibili forme e portate ideologiche per orientarsi nel mondo e interpretare i segni della realtà.
Nomerosa 3“Il nome della rosa” di Massini è un testo dal forte tratto dialogico che Leo Muscato non teme di mettere in scena, cedendo comunque un po’ a una certa pesantezza e fatica nel meccanismo che, senza soluzione di continuità, ci trasporta tra ricordo e rappresentazione, proferito e visto, coralità e individualismo, dove ognuno di noi ha l’opportunità di lasciarsi coinvolgere dal proprio livello di lettura della scena, oscillando dal dato puramente spettacolare e intrigante a quello più sottile del «fascino della parola e acutezza della mente» (per dirla con Eco). Perché, in fondo, parafrasando Tommaso da Kempis, in omnibus requiem quaesivi et nusquam inveni nisi in angulo cum… spectaculo.

Marco La Placa 12-02-2018

foto @Alfredo Tabocchini

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