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I mostri di "Blind" e l'orrore del carcere di "Haikus de prison"

SAGUENAY – Il gioco si fa duro e politico. Il burattino adesso si fa memoria e passaggio di un corpo straziato, corroso e vilipeso dalla malattia come denuncia e protesta contro ogni violenza perpetrata nel mondo, dietro sbarre d'acciaio, dentro fascismi d'ogni tipo e colore. Dopo aver visto “Haikus de prison” e “Blind”, qui al FIAMS di Saguenay in Quebec, ci è ancora più chiara, lampante e comprensibile la dicitura, in piccolo, sotto il titolo del festival, quel “pour tous” che amplia il pubblico e non riduce l'audience al solo panorama, come temi e messinscena, di ragazzi IMG 0862 Haikus de prison Theatre A Bout Portant Credit Patrick Simarde adolescenti. In questi due esempi, la marionetta, come la maschera o il pupazzo, servono e tendono non tanto a semplificare il concetto quanto a renderlo più universale andando a toccare quelle corde ancestrali, poetiche, che dentro vibrano ad ogni latitudine, età, colore, religione. Potremmo dire che la marionetta sia altamente e fortemente democratica.
Forte e violento è il messaggio diretto sprigionato dai continui contatti e minacce, psicologiche, verbali e fisiche, di “Haikus”, un concentrato delle angherie subite, in ogni angolo del globo, dai prigionieri, dai detenuti, dai carcerati soprattutto nei regimi di polizia e dittatura dove per finire dietro le sbarre, in galera, è necessario soltanto professare e supportare un'altra parte politica, un'altra fede religiosa, altri credi o scelte sessuali o esprimere le proprie idee. Chi è libero, o meglio chi non si mostra schiavo e supino rispetto ai poteri forti, in questi Stati viene considerato come un terrorista, un nemico del popolo e per questo rinchiuso, senza alcun diritto, processo o protezione. “Haikus” (della compagnia quebecchese Theatre à bout portant) è una sorta di “Le mie prigioni” di Silvio Pellico mixato con “Se questo è un uomo” di Primo Levi, ma nel quale si intravedono anche i terribili chiaroscuri del “Diario di Anna Frank” o le atmosfere criptiche e le esalazioni di brividi della “Città di K” della Kristof.
IMG 5710L'impianto è una concatenazione di elementi a costruire una cattedrale di ferraglia, ingranaggi arrugginiti e scaffalature d'acciaio dove i calzini sono l'oggetto principe. Il calzino sia come metafora del bavaglio, stretto legato alla bocca del rapito, o come sublimazione del passo, del cammino, della scarpa, quindi dell'andare, di scappare, di fuggire, di correre liberi lontano dalla prigionia, dalle catene, dalla costrizione. Una storia di un carceriere e di una detenuta dentro una lavanderia della prigione che attua con tutte le sue forze una Resistenza attiva ma soccombe di fronte alla violenza (mimata ma ugualmente shoccante come un colpo alla bocca dello stomaco) dei suoi aguzzini. Ci vengono in mente le immagini provenienti dall'Isis, quelle dei campi di concentramento nazisti oppure quelle di Boko Haram. Il calzino potrebbe essere anche l'emblema della spoliazione e della svestizione, con conseguente perdita dell'identità, dei deportati ebrei nei lager. Dentro i calzini viaggiano lettere per gridare il proprio dolore e allarme. Come tanti message in a bottle che forse nessuno leggerà. Una piece evocativa, impegnativa, che non lascia tregua, pesante come solo può essere l'ultimo viaggio delle bestie da macello: viscerale.
Si può trasformare il dolore prima in accettazione e poi sublimarlo, con autoironia, facendolo divenire teatro. E' quello che è successo aBlind Duda Paiva, performer brasiliano, rimasto cieco in giovane età per due anni. I mostri, neri e bui, creati dalla sua mente, li ha messi in scena in “Blind” (cieco, appunto) dove le sue paure e terrori, insicurezze e dubbi sul futuro, si materializzano, si palesano e concretizzano in mostri che escono direttamente dalla sua carne, come bubboni esplosi, come escrescenze putrefatte, come deformazioni che lo rendono storpio. Se in una persona affetta da problematiche fisiche e patologie visibili i normodotati vedono solo quell'aspetto, quella patina superficiale, allora i veri non vedenti sono proprio questi ultimi. L'impatto è repellente come ne “La mosca” di Cronenberg o “Elephant man”. Da sotto la sua cute spuntano e vengono alla luce, quasi fossero parti cesarei, delle vere e proprie creature che hanno un carattere autonomo, una personalità propria, volontà indipendenti dal danzatore. Queste entità aliene di gommapiuma, che il ballerino muove da dietro, gli sono avverse e tentano in ogni modo di abbatterlo, schiacciarlo, demolirlo. Questi pupazzi mostruosi (impressionante la donna, una guaritrice che impasta riti propiziatori), misto tra Alien e Avatar, questi demoni umanoidi dalla pelle bianchiccia e pallida come talpe, gli sono contro e lottano per sconfiggerlo. Ma la realtà ci dimostra chi ha alzato i pugni al cielo e chi, invece, ha sventolato bandiera bianca: imperdibile.

Tommaso Chimenti 30/07/2017

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