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Leonetta Bentivoglio racconta il suo ultimo lavoro “Pina Bausch. Una santa sui pattini a rotelle”

«A vent’anni amavo più di tutto la lettura di romanzi e la danza». È questa la citazione con cui Paola Vezzosi, coreografa, danzatrice e direttrice artistica di ADARTE, introduce Leonetta Bentivoglio, scrittrice, saggista e inviato culturale del quotidiano “La Repubblica”. Durante la giornata dedicata alla danza e alla letteratura per il progetto “Moving Stories” al Teatro della Pergola di Firenze, è stato presentato il suo ultimo libro “Pina Bausch. Una santa sui pattini a rotelle” (edito per Edizioni Clichy, 2015), non un saggio, non una biografia, ma il racconto di quello che ha rappresentato la pioniera del teatro-danza di Wuppertal per la sua massima esperta. Siamo di fronte a un ritratto meno distaccato e distante di quello biografico per eccellenza, in cui – certo- emergono ancora le caratteristiche indiscusse della coreografa «austera e introversa», ma attraverso una dimensione più intima.Benti2
Il lavoro è suddiviso in due parti: la prima scritta secondo la forma del diario, scelta narrativa che non a caso rivela anche la parte più celata dell’autore per procedere poi coi frammenti, di immagini e testi, che permettono di raccontare il personaggio attraverso le sue stesse parole e alcune fotografie di vita (soprattutto quelle di Ninni Romeo, la fotografa siciliana assistente di Pina durante creazioni e tournée italiane)
Il libro, di piccolo formato (che assomiglia quasi al taccuino su cui il critico, a teatro, raccoglie le suggestioni degli spettacoli), è scritto in chiave molto personale, nella forma di una rivelazione che pone la dimensione individuale come lo “strumento” attraverso cui è possibile mettere insieme il lato professionale, intellettuale ma soprattutto umano della «monaca col gelato». Fu Federico Fellini che diede questa definizione di Pina; il regista che «detestava la danza» rimase colpito dalla sua interpretazione in “Café Müller” (al quale fu invitato ad assistere proprio dalla stessa Bentivoglio), l’unica opera in repertorio Bausch in cui la coreografa è anche interprete. E fu proprio la scoperta di questa massima espressione di spiritualità e sensualità condensati in un unico corpo che danzava come una «sonnambula veggente» a occhi chiusi, che indusse il cineasta a sceglierla per il ruolo della granduchessa cieca in “E la nave va” (1983). Fellini disse di lei che era come una «santa» ma «sui pattini a rotelle», una definizione che la Bentivoglio ha voluto riportare nel titolo di questo libro.
Pina fu apprezzata tantissimo da chi di danza non si occupava affatto prima che dai critici del settore i quali disapprovavano questo lavoro del tutto “anti-tecnico”. In realtà si stava solo assistendo a una svolta decisiva dello stile ma soprattutto dei contenuti di ciò che veniva riportato in palcoscenico. La tendenza, fino a quel momento, era stata quella di identificare la tecnica con la danza: ogni coreografo riportava nei suoi lavori la riconoscibilità di uno stile che “cuciva” addosso il corpo dei danzatori. Il grande equivoco legato al lavoro della Bausch, benti3infatti, fu proprio quello di scambiare i suoi interpreti per dei «dilettanti» , come li definì Franco Quadri dopo aver assistito alla sua versione della “Sagra della primavera”. Questo è accaduto proprio perché i «danzattori» (da questo senso di teatro e danza che andavano a fondersi) erano chiamati a esprimere le proprie personali interpretazioni dei sentimenti e delle emozioni, ricercando il gesto per esprimerle più nell’atto quotidiano e nel movimento a loro più “familiare” che non in quello legato a una tecnica precisa. Eccola la vera rivoluzione, il presupposto per scavare più a fondo, oltre la sola superficie di una forma, di un’estetica da ricercare in una sterile esecuzione da tramandare da corpo a corpo senza approfondire il vero senso di una sostanza espressiva.
Da questo momento la danza non è stata più la stessa e oggi, lontani dai tempi in cui certe esperienze hanno calcato la scena per la prima volta, certe idee risultano essere estremamente contemporanee perché continuano a parlare, o meglio, fanno da modello al lavoro delle nuove generazioni di coreografi.
In occasione della giornata dedicata alla danza e alla letteratura “Moving Stories”, oltre alla presentazione del libro di Leonetta Bentivoglio, sono anche stati presentati i lavori di quattro compagnie. Quattro coreografi coinvolti in esperienze il cui processo creativo è stato incoraggiato e “nutrito” dalla fonte letteraria: testi, autori o personaggi hanno fatto da ponte tra due linguaggi: la danza e la letteratura. Le compagnie VersiliaDanza, Muxarte, Déjà Donné e Adarte hanno presentato rispettivamente “Così misurerò il tuo Amore”, interpretata e ideata da Angela Torriani Evangelisti, “Sull’identità” con Giuseppe Muscarello e Simone Zambelli, “90 + 8 + 1” con Virginia Spallarossa e “Penelope – canti d’attesa” portata in scena da Paola Vezzosi.
Una giornata che, al di là delle caratteristiche specifiche di ogni opera presentata, ha dimostrato quanto due codici espressivi completamente diversi, possono influenzarsi reciprocamente e diventare parte di uno stesso racconto.

Alle storie della letteratura manca il corpo che la danza può affidargli; la danza, a sua volta, può diventare la fonte ispiratrice delle infinite storie che si vogliono raccontare e fermarle in un tempo che non è più effimero come quello del palcoscenico.

Laura Sciortino 12/04/2017

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