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Recensito incontra Gabriele Linari: la vita al tempo degli Haters

Recensito incontra Gabriele Linari, regista di #Loro, lo spettacolo portato in scena dalla giovanissima compagnia teatrale MaTeMù che affronta lo spinoso problema degli Haters e dell’Hate speech (letteralmente incitazione all’odio) volgendo lo sguardo su tutte le sue pratiche sviluppate in rete e attraverso i social network.

Chi è Gabriele Linari e come nasce il progetto della compagnia Matemù?
“Sono un attore e un regista teatrale che si dedica da anni alla formazione e, quindi, all’insegnamento. L’approccio didattico-educativo è diventata parte integrante del mio percorso e conseguentemente del progetto “Laboratorio Ipotesilinari1 Teatro”. Quest’ultimo è culminato nel 2000 con la nascita della compagnia teatrale Labit che prende appunto il nome da tale iniziativa. Lo spettacolo #Loro, andato in scena al Teatro Cometa Off prende vita all’interno del CIES (Centro Informazione e Educazione allo sviluppo), onlus in cui ha sede presso il Centro Giovani e Scuola d’Arte Matemù. L’omonima compagnia teatrale nasce con il preciso intento di offrire un avviamento professionale nell’ambito del teatro ai giovanissimi studenti-attori che ne fanno parte. Inoltre, in questo spettacolo si affronta il tema dell’hate-speech molto vicino agli adolescenti che infatti mi hanno aiutato anche nel testo insieme a Marco Andreoli e poter dare una doppia visione, quella degli adulti e quella adolescenziale, al soggetto drammaturgico”.

Il testo teatrale è costellato di varie ripetizioni, termini specifici legati alla sfera dell’hate speech, interrogativi continui, a volte di difficile comprensione. In che modo è stato costruito il testo teatrale e perché hai scelto di seguire questa linea drammaturgica invece di mettere in scena una trama vera e propria?
“In effetti, l’idea di partenza era proprio quella di creare una trama ma poi l’abbiamo abbandonata perché mi sembrava che qualunque storia scegliessi questa avrebbe tradito la natura dei media presi di mira (social, messaggistica ecc..). L’obiettivo era mettere sotto accusa la matrice più generica della comunicazione soprattutto intesa come mezzo di divulgazione del nostro pensiero nel periodo storico che stiamo attualmente vivendo. Volevo che ciò fosse rispecchiato anche nel testo che vuole riflettere tutti gli interrogativi che i social ci pongono ogni giorno. Basti pensare a Facebook che ogni mattina ci rivolge l’odiosa domanda “A cosa stai pensando”, invadendo come un ospite indiscreto e indesiderato la nostra mente. Lo spettacolo si sviluppa attraverso sketch, piccoli capitoli raccontati con poche ma incisive parole esplicitate attraverso termini tecnici forniti dal Ministero e dalla Polizia Postale. Si tratta di parole sulle quali abbiamo lavorato soprattutto con esercizi d’improvvisazione per concretizzarli e ricostruirli sulla scena. Avevo inizialmente pensato di esplicitare il significato di tali termini con delle didascalie ma, come dico sempre ai miei studenti prima di una performance, penso che uno spettacolo funzioni davvero non quando da delle risposte al pubblico bensì quando pone domande. La ricerca è partita da settembre e per quanto mi riguarda anche da prima quando ho collaborato con la Polizia Postale per il progetto “Alice nel Paese del Web”, uno spettacolo che abbiamo portato in giro nelle scuole anche per avvicinare i ragazzi a queste problematiche. E quale modo migliore di farlo se non attraverso le arti performative? E in questo il Cenro MaTeMù è un’isola felice dove i ragazzi possono realmente partecipare, non pigiando un tasto sulla tastiera del pc, ma con il loro corpo e la loro mente attraverso l’arte la musica la danza, avvalendosi della capacità di grandi professionisti del settore”.

Il fenomeno dell’hate speech porta l’attenzione su altre problematiche quali il bullismo e il cyber bullismo che sono sicuramente i temi più trattati dell’anno e che sono stati oggetto di varie manifestazioni culturali. Era tua intenzione dare anche questo messaggio?
“Il bullismo e il cyberbullismo costituiscono l’estrema conseguenza delle pratiche svolte degli haters. Emblematico in tal senso è il finale dello spettacolo che si chiude in modo drammatico con un pestaggio di gruppo ai danni di un ragazzo. Esso vuole essere una metafora dell’esito inevitabile delle questioni affrontate non solo virtualmente ma anche nel reale contesto sociale. Ne deriva un messaggio positivo che i ragazzi hanno trasmesso in maniera drammatica. Forse non offre una soluzione ma la cosa importante è che ne abbiano parlato, anche se in modo duro, graffiante, fin troppo realistico, facendo luce sull’argomento, che purtroppo oggi viene troppo generalizzato. Il linguaggio degli attori ricalca la ferocia della mondo reale così come di quello virtuale. Io stesso spesso vorrei intervenire per dire la mia opinione su alcune discussioni in rete ma mi rendo conto che la deriva è inevitabile, specie sui social dove si ha la tendenza a puntare il dito contro “loro” quasi per distinguersi dalla massa. I social sono quel luog- non luogo in cui si pensa di potersi fare giustiza da soli. A questo punto è d’obbligo il riferimento al romanzo “Il Codice di Perelà” il romanzo di Aldo Palazzeschi in cui viene condannato un uomo di fumo e viene data la possibilità ai cittadini di insultarlo e farsi giustizia da se o illudersi di averla fatta. È questa un’illusione che al popolo piace molto, quasi fosse un diritto dovere che da a tutti la possibilità di odiare il prossimo”.

loro1Perché nel titolo viene usata la locuzione Loro e non noi? Dopotutto Internet e i social sono realtà che coinvolgono tutti noi nella loro totalità? È forse un modo per tenersi fuori dalla mischia degli haters?
“La locuzione loro è usata per indicare coloro che diventano l’oggetto del nostro odio e non coloro che odiano, cioè gli stessi haters. È esattamente un meccanismo che consente di scaricare sugli altri la colpa delle nostre sofferenze, di ciò che ci fa male. Invece bisognerebbe semplicemente auto responsabilizzarsi”.

Anche dal punto di vista musicale hai usato dei brani molto aggressivi che ben accompagnano la crudezza del linguaggio e dei contenuti affrontati. Unica eccezione è stata la canzone di Nada “Ma che freddo fa” durante la quale i ragazzi ballano felici trasmettendo per un attimo un momento di spensieratezza. Cosa significa questo improvviso cambio di tono?
“La canzone Ma che freddo fa è stata scelta in modo casuale dopo averla sentita in radio ma poi mi ha fatto pensare a un gioco di parole. Si pensi a quanto in realtà siano freddi i social network. L’idea mi faceva sorridere ripensando a un articolo in cui si parlava delle principali sindromi causate dall’uso eccessivo dei social come ad esempio la tendenza a postare in maniera compulsiva solo stati gioiosi che nascondono un voler far vedere che si sta bene e si è felici. È diventata una vera e propria forzatura tanto che i ragazzi a un certo punto gridano esausti “basta!”, proprio perché sono stanchi di tutta questa falsa felicità”.

Roberta Leo 15/06/2017

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