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Nuovi autori in scena: intervista a Gianluca Paolisso

A febbraio abbiamo seguito, un po’ per caso, il suo Hamletown al Teatro Tordinona di Roma: un ottimo testo, ben diretto e dal gusto cinematografico, tanto austero quanto pervaso da spunti umoristici. Abbiamo incontrato Gianluca Paolisso, attore, scrittore, drammaturgo e regista di venticinque anni, che è poi tornato al Tordinona a giugno con Requiem for Medea, la sua prima regia.

Hai studiato come attore, poi la svolta registica. Perché?

"Credo che la "svolta" nasca dalla mia difficoltà nel percepire completezza in un singolo ruolo.
Fin dall'inizio, oltre al lavoro attoriale, percorrevo il palcoscenico cercando di carpirne dinamiche e regole: i tempi dell'allestimento, le esigenze di un tecnico, la gestione delle luci... c'era insomma un forte desiderio di sperimentarmi in una veste dal respiro più ampio, che potesse dar spazio e tempo alle mancanze e alle ambizioni.
Ringrazio di cuore la mia curiosità, perché quella prima "esplorazione" del mondo teatrale mi ha permesso di acquisire negli anni una visione estremamente concreta, oserei dire materiale, nel senso più nobile del termine. Quando sogno mi chiedo come poter rendere tangibile quella data immagine o visione, come riuscire a trasferirla nel reale. Non credo nel sogno per il sogno, per lo meno in questo periodo in intensa attività."

intervista a Gianluca Paolisso1Com’è nato l’incontro con Daria Contento?

"Ci conoscemmo ad un provino, e poi come spesso accade ci perdemmo di vista per mesi.
Cercavo un'attrice per Requiem for Medea, la mia prima regia, e pensai subito a lei: dopo un rapido incontro notai le sue qualità interpretative, ma soprattutto una forte propensione all'espressività corporea che, per quanto mi riguarda, è base fondante di qualsiasi lavoro. Dopo sei mesi di prove, a seguito del debutto dello spettacolo, nacque l'idea di unire le forze e quindi di creare una nostra realtà, la C.T. Genesi Poetiche. Daria non è solo una stretta collaboratrice, un'amica, una fonte preziosa di confronti e creatività, ma un vivido esempio di quanta fatica e sacrificio richieda il nostro lavoro. Sono fiero di lei e della sua crescita, ma soprattutto sono contento che il caso ci abbia fatto incontrare."

Il primo giugno avete pubblicato su Youtube il cortometraggio Radici – Ciò che resta dell’Ego. Al centro dei tuoi lavori teatrali, declinato in forme diverse (in Hamletown come antidoto al potere repressivo e reazionario, in Requiem for Medea quello di amante, moglie e madre), sembra esserci una riflessione sull’amore, soprattutto inteso come atto di civiltà contrapposto alla barbarie. In Radici, l’impressione è che il punto di partenza sia proprio il rapporto tra uomo e donna, dal corteggiamento fino alla relazione, ma sempre da un punto di vista simbolico. É così?

"E' vero, nei miei lavori c'è sempre una spasmodica ricerca dell'amore coniugata ad un forte senso di nostalgia: cambiano le strutture narrative, i pre-testi, i personaggi, gli ambienti, ma la base costitutive, o per meglio dire il magma, è lo stesso. In Radici - Ciò che resta dell'Ego, ho voluto che il simbolo prevalesse sul senso: tutto ciò garantisce allo spettatore una grande arbitrarietà, ma soprattutto ne allarga lo sguardo, lo responsabilizza, quasi.
Detto questo certo, nel corto si parla di amore, incontro, riscoperta, ma non solo da parte di un uomo e una donna, ma da parte di due interpreti che finalmente abbandonano i colori malati dell'Ego e si concedono ad un processo creativo sano, umano. E' in fondo una riflessione sull'attore e sul mondo che lo circonda, una metafora che si allarga dal nostro ambiente alla vita di ognuno.
L'amore è il solo antidoto al nostro fallimento. E' tra le mie poche certezze."

Hamletown ha segnato un grande successo, tre serate soldout e una replica straordinaria. Una riflessione sul potere sostenuta da un gruppo di giovani attori. Com’è nata l’idea di una simile rivisitazione e come hai scelto il cast?

"L'ideazione del progetto è di Cristian Pagliucchi, il quale mi chiese di sviluppare una visione di Amleto che prevedesse la centralità del Re Claudio. Un bel guanto di sfida! Partendo dal presupposto che la grandezza dei classici risiede proprio nelle infinite possibilità di riproposizione e riscrittura, mi trovavo di fronte ad un "mostro", che di certo non andava abbattuto, ma gestito con rispetto e umiltà. Non ho fatto altro che amplificare alcuni temi già presenti nell'Amleto, e dare una forma metaforica a quella "città" in decadenza, alimentata dal potere, dalla mancanza di senso e valori. Purtroppo non siamo distanti dalla realtà.
Hamletown è stata una bella scommessa, un azzardo vincente, se si pensa alla quinta replica straordinaria al Teatro La Comunità del Maestro Giancarlo Sepe. Per quel periodo di forti emozioni e conferme ringrazio gli interpeti, selezionati con cura da Cristian, e tutti i professionisti che con il loro lavoro hanno permesso l'ottima riuscita dello spettacolo."

intervista a Gianluca Paolisso2Gli spazi dedicati al teatro sono ridotti all’osso, spesso si sopravvive grazie all’autofinanziamento e il networking tra giovani artisti diventa fondamentale, oltre che una necessità. Come avviene la scelta dei tuoi collaboratori?

"Nessuno può dire che la situazione sia rosea: viviamo in un Paese che nella maggior parte dei casi affossa la qualità a vantaggio del facile intrattenimento; si chiudono teatri a colpi di "legge" e numerosi festival di successo calano il sipario per mancanza di fondi. Credo però che dobbiamo stare attenti: troppo spesso anche noi ci accontentiamo di poco, sosteniamo un teatro che non ci appartiene o non vedremmo mai, se solo potessimo esprimerci liberamente senza paura di ripercussioni; alle volte fatichiamo ad incontrarci, come isole nell'oceano, quando invece si dovrebbe avere più chiaro il concetto di categoria. Alla fine si tratta di fare il proprio teatro mettendo al primo posto l'eccellenza, cercando collaborazioni che portino competenza, e quindi crescita.
In questo primo anno e mezzo non sono mancate le difficoltà, ma tirando le somme posso ritenermi fortunato: ho il privilegio di lavorare con grandi professionisti, con giovani che sposano la mia filosofia chirurgica del mestiere senza mai perdere un altissimo spessore umano. Penso a Maria Francesca Stancapiano, Simone Galli, Samuele Cestola, Ivano Conte, Daniele Garigliano... colleghi e amici che riportano al senso profondo dello stare insieme per un obiettivo comune. Questi sono i requisiti che cerco. Penso che la vera rivoluzione, di questi tempi, sia proprio la capacità di riconoscere e valorizzare la qualità. Lì dobbiamo restare, e alle volte ritornare. Il resto è chiacchiera al vento."

Entrambi gli spettacoli sottopongono gli attori a un lavoro fisico intenso, quasi coreografico. Puoi parlarci di questa scelta?

"Come detto in precedenza, il nostro modo di fare teatro presuppone una forte consapevolezza corporea, che diviene motore narrativo al pari del testo, se non di più, ed anche una profonda conoscenza della musica e delle sue potenzialità interpretative e drammaturgiche. Non è un mistero che l'attore in quanto tale sia cambiato rispetto al secolo scorso: gli si richiede una maggiore conoscenza del Teatro Danza, dell'acrobatica, ma soprattutto una capacità autorale che si trasformi in indipendenza creativa.
Nei miei spettacoli cerco un approccio fisico e allusivo che tenda alla precisione millimetrica: vedo l'attore al pari di uno spartito nel quale convivono andamenti, ritmi, controtempi... si tratta di dirigere quella musica ed esserne sorpresi, conservando una "tensione verso ..." che, almeno fino ad ora, ha sempre garantito risultati."

Attualmente a cosa stai lavorando? Ti rivedremo a Roma?

"Siamo al lavoro con due nuove produzioni, di cui una vedrà la luce a Roma nei primi mesi del 2018. Senza abbandonare le nostre linee guida daremo spazio a temi di stretta attualità, come per esempio la chiusura dei teatri nel nostro Paese. Ciò che conta è che sia un racconto necessario per il pubblico."

Paolo Di Marcelli 26/07/2017

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