Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o chiudendo questo banner premendo il pulsante celeste, invece, presti il consenso all’uso di tutti i cookie

                                                                                                             

“L’ultima madre”: Recensito incontra il cast – Vittoria Faro

In occasione delle repliche romane dello spettacolo “L’ultima madre” di Giovanni Greco, previste al Teatro Vascello nei giorni 5-7 maggio, abbiamo incontrato Vittoria Faro, una delle due protagoniste e interprete di María.

Tu interpreti María, madre-militante alla ricerca dei due figli desaparecidos. Chi è questo personaggio? Come ci hai lavorato?

Il mio personaggio è il personaggio per eccellenza, qui, perché porta in sé tutta la tematica delle Madri di Plaza de Mayo. Io interpreto María, personaggio-simbolo ispirato però a una persona reale, con una storia reale, che Giovanni [Greco, autore e regista ndr] conobbe. Quando tratti un personaggio così, quindi, la prima cosa che fai è documentarti. Prima sulla carta, leggendo, e hai un’impressione, questa storia già ti colpisce. Poi però vai a documentarti visivamente, con foto, con facce, con luoghi e ti rendi conto veramente di che cosa si sta parlando. Ti rendi conto di che cosa hanno vissuto e vivono queste madri, che si sono ritrovate improvvisamente senza i loro figli. Ma devi entrarci dentro, quindi ti chiedi: cosa vuol dire se ti tolgono qualcosa che tu hai partorito, che tu hai cresciuto, che tu hai portato avanti a gran fatica? La prima cosa da vivere, perciò, è stato questo senso di vuoto intorno. Io non sono una madre, quindi era difficile raggiungerne la verità. In questo senso, uno strumento fondamentale sono state, come ti dicevo, le fotografie. Giovanni, durante il lavoro, ce ne ha portato e mostrato un quantitativo immenso.
Sai, la carta comincia a mandare degli odori che ti ricordano un passato, ti raccontano una vita: che sia o no tua, quella vita c’è stata. E tu la percepisci. Abbiamo cominciato ad appendere le foto sul fondo scenico: era come stare in un cimitero ma dove senti una carica, un’energia di qualcosa che desidera che si mantenga ancora vivo. Una delle cose che più mi ha colpito è vedere come tutte queste madri a un certo punto abbiano trasformato la propria casa in una specie di altarino, in un luogo di devozione. Loro, anziché Cristo o il santino di Padre Pio, tenevano i loro figli, le foto dei loro figli. E vedere le facce di questi ragazzi, vederli effettivamente per com’erano, rimarcava ancora di più quel senso di solitudine di cui ti parlavo. Poi, affrontando più da vicino il personaggio, è stata un’immagine in particolare ad aprirmi una strada di connessione: mi venne in mente questa donna, sola in questa casa, che sentiva gocciare acqua dal lavandino. Da lì ho attinto per entrare nell’umanità del personaggio di María.Vittoriafaro2

Questo aspetto del dolore, della privazione subita da María, da una madre, l’hai quindi, per così dire, conquistato. C’è qualcosa, invece, che ti accomunava già dall’inizio al tuo personaggio, un suo aspetto che fosse anche già tuo?

María è sì una madre che ha perso i propri figli e che, nel dolore, comincia a cercarli. Ma è anche qualcos’altro. Quel senso di vuoto, di solitudine, la fa come rinascere sotto un altro aspetto: diventa una militante, una guerriera, un’amazzone. La sua ricerca è una protesta. Lei in piazza non ha paura di parlare. E sì: l’idea di una donna forte che scende in piazza e non ha paura di parlare è un concetto che io conosco molto bene, che ho vissuto nella mia Sicilia. Allontanarsi dal senso di omertà, non aver paura di dire la propria idea, di urlare una grande verità – questa è la prima forma di coraggio.
Non le armi: le parole possono essere più forti delle armi. María e tutte le madri di Plaza de Mayo sono riuscite attraverso la parola a preoccupare le istituzioni, a colpire qualcosa di più grande, di molto più grande di loro. Tutto questo, che conoscevo bene rispetto al vuoto dato dalla perdita di un figlio, è stata la base politica per costruire il personaggio.

Prima parlavi del lavoro sulle fotografie, della carta che in un certo senso parla, di vite che ci vengono addosso. Che rapporto c’è, secondo te, tra memoria e teatro? A differenza, ad esempio, del cinema, il fatto teatrale è effimero: accade. Eppure, a maggior ragione in questo spettacolo, il teatro sembra trasformarsi in documento.

Per me il teatro è memoria. La cosa incredibile del teatro è che, pur non avendo gli effetti speciali, senza essere né cruento né sensazionale, raggiunge quello stesso livello emotivo. E lo fa perché racconta le cose in senso metaforico. In particolare in questo spettacolo, quello che accade sulla scena non è strabiliante a livello visivo, ma coesistono due fattori che senza bisogno d’altro segnano e colpiscono: le foto, a fondo palco, come ti dicevo, che riattivano quella memoria, e soprattutto la parola. La parola che viene restituita e incide la mente degli spettatori. Il teatro è importantissimo da questo punto di vista: le parole chiamano immagini, e ti sembra quasi di toccarle, e improvvisamente ti ritrovi in un altro periodo storico. È come un teletrasporto con la mente. Ogni parola riattiva qualcosa, riabilita una memoria. Come la foto che ti restituisce un passato. A noi come attori tutto questo ha consegnato una memoria, che noi riconsegniamo agli spettatori.

Vittoriafaro3E certo che con la memoria questo spettacolo ha molto a che fare. A proposito, il 27 gennaio del 2016 avete presentato “L’ultima madre” alla Camera, in occasione delle commemorazioni per il Giorno della Memoria. Com’è stata quell’esperienza?

Molto particolare. Pensa che ero talmente emozionata che mi sono presentata lì una settimana prima, convinta che fosse il giorno dell’appuntamento. Non capivo perché non c’era ancora nessuno. Poi, be’. Poi l’ho capito: avevo sbagliato giorno. Comunque, a parte la circostanza istituzionale, di per sé emozionante e anche un po’ confusionaria, quella era la prima volta che nell’effettivo ci approcciavamo al testo. Abbiamo fatto una lettura e già da quelle prime battute abbiamo cominciato a capire che spirito potesse avere lo spettacolo, nella sua costruzione e nella sua realizzazione. Poi, lì alla Camera, c’erano persone che avevano vissuto tutti quei fatti direttamente: pensarli lì, mentre noi leggevamo – questa era la cosa emotivamente più forte.
Però, a parte questo, niente di più. Non è stata un’esperienza che mi ha raccontato qualcosa di più rispetto a quello che ho vissuto e conosciuto grazie al romanzo [“L’ultima madre”, ndr] di Giovanni Greco.

Chiarissimo. Ora, per concludere, c’è una battuta cui sei particolarmente legata? o una che racchiude in sé, secondo te, il senso della storia di María?

C’è una frase che lei dice, aprendo bocca per la prima volta, quasi sibilando, all’altra madre e che poi specificherà meglio nel corso dello spettacolo: “Anche tu sei una madre, ma sei una madre con un ventre piatto”.

Sacha Piersanti
10 aprile 2017

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

#cinema “Ritorno sui monti”: il docufilm sul viaggio di Paolo #Rumiz alla riscoperta dell'Appennino @SaraRisini https://t.co/0yA9GMpJGf