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Rachel Gould e Luigi Tessarollo Quartet: il jazz da accademia a Villa Celimontana

29 07 2010 (Rubriche / Musica)

È notte di luna piena, l'aria è fresca e godibile e a Villa Celimontana si diffondono nell'aria le note di uno smooth jazz apparentemente perfetto per la serata. Alla voce c'è Rachel Gould, interprete americana molto apprezzata per la voce tenue ma potente e per l'approccio originale al cantato ispirato a Carmen McRae e Shirley Horn, che l'ha portata ad esibirsi in passato con grandi jazzisti come Enrico Pieranunzi, Sal Nistico (tra l'altro, suo ex-marito), Rita Marcotulli e persino con l'indimenticato Chet Baker.

Al suo fianco c'è un musicista italiano di affermato talento come Luigi Tessarollo, chitarrista dal tocco morbido, pacato e tenue, pronipote spirituale di Wes Montgomery e reduce dall'incontro importante con John Scofield. Tessarollo e la Gould hanno già collaborato in passato insieme con un tour a due nel 2004, ma questa volta sono accompagnati da Mauro Battisti al contrabbasso e Alessandro Minetto alla batteria per presentare in tour il loro album "Tribute to Hoagy Carmichael", pubblicato nel 2008.

Tra vecchi standard e brani originali del quartetto si ha certamente modo di apprezzare la perizia tecnica di quattro musicisti preparati e capaci; ma la sensazione è che manchi qualcosa. C'è forse troppa accademia in questa esibizione, troppa compostezza, che non riesce a coinvolgere come dovrebbe il pubblico: le dinamiche non sono particolarmente accentuate e la sensazione di piattezza dei brani - sebbene intelligentemente arrangiati - è sempre dietro l'angolo.

Non sembrano valorizzate a dovere le doti dei musicisti, soprattutto la batteria di Minetto, che dà la sensazione di mancare di personalità (nonostante chi conosca le sue registrazioni con Fabrizio Bosso sappia perfettamente che non è così). La resa live del loro interessante album non è dunque all'altezza, troppo di testa e poco di pancia, sebbene non manchino episodi interessanti: si veda la brillante versione di "Get out of town" di Cole Porter o la bensoniana "Birthday blues", scritta dalla stessa Gould. Piccoli abbagli di uno spettacolo che gode in potenza ma pecca un pò nell'atto.

 

(Roberto Del Bove)