Incontriamo Michele Placido al termine della prova generale dello spettacolo “Pierino e il lupo”, favola musicale per voce recitante ed orchestra di Sergej Prokofiev, in scena nella suggestiva cornice del Chiostro SS. Trinità e Paradiso di Vico Equense. Accompagnato sul palco dall’Orchestra Sinfonica di Dniepropetrovsk, l’attore e regista pugliese ha prestato la sua voce alla narrazione della storia, già interpretata da illustri predecessori come Eduardo De Filippo, Dario Fò, Roberto Benigni.
Non è la prima volta che porta in scena “Pierino e il lupo”. Com’è andata la prova generale con la nuova orchestra?
Michele Placido: Bene, mi pare che non ci siano stati grandi problemi. Sai, apparentemente sembra un’opera facile, io ho un pò d’esperienza con questa fiaba perché l’ho già fatta, ma ho visto che anche l’orchestra se la cava bene. D’altronde questa è la loro musica, Prokofiev lo masticano, forse meglio di noi.
I suoi esordi sono teatrali, poi è passato al cinema, prima come attore e poi come regista.
M.P.: Sì, quando ho cominciato mi piaceva il teatro, ho studiato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma e con Luca Ronconi. Sono passato successivamente al cinema, alla televisione, adesso faccio il regista.
Ha da poco finito di girare “Vallanzasca – Gli angeli del male”, che verrà presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Nei suoi film racconta al pubblico episodi anche controversi della storia del nostro paese, ponendosi come vero e proprio informatore. Cosa ne pensa di questo ruolo considerando anche lo stato attuale dell’informazione?
M.P.: Sono contento di aver fatto un film molto forte, molto importante. Come dicevo oggi nel comunicato che ho preparato per il Festival di Venezia, un film molto doloroso, con una forte emozione, grazie ad un cast davvero formidabile, con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Francesco Scianna, Paz Vega, insomma tutti gli attori che hanno collaborato al film. Quando hai un grosso cast, una bella storia...
Cosa pensa delle polemiche che si sono scatenato intorno al film?
M.P.: Ma sai, come diceva giustamente ieri un mio amico poliziotto, tra l’altro anche io sono stato in polizia, la storia criminale è fatta proprio di questi episodi, ecco perché uno la racconta, altrimenti si narrerebbero solo storie dei Santi. A volte proprio dall’analisi di una mente criminale, come quella di Vallanzasca, si capiscono bene aspetti della vita che, tante volte, non vogliamo conoscere ma che appartengono al nostro percorso storico.
E’ un diritto di cronaca fondamentale per chi fa il cinema, per la stampa, per tutti...come se sui giornali si leggessero soltanto cose positive sul governo e sull'andamento in generale...
Nella società devi parlare di tutto, delle persone perbene, delle persone permale. E’ un diritto di libertà e di parola inalienabile, in tutti i paesi del mondo.
Il film “Il grande sogno” traccia il ritratto di una gioventù, quella del '68, animata da una forte spinta al cambiamento, al rinnovamento della società. Pensa che i giovani d’oggi coltivino lo stesso grande sogno?
M.P.: Tutti i giovani vogliono cambiare qualcosa, vogliono una società migliore, vogliono fare qualcosa di buono per loro, per il loro avvenire, per i loro futuri figli, per il loro lavoro. Il Sessantotto è stato segnato ancora di più, in tutto il mondo, da una forte spinta al cambiamento ma perché il mondo stesso stava cambiando. Si andava diffondendo un nuovo modo di pensare, di vedere anche l’arte non solo la vita sociale. A Praga c’era stata l’invasione dei carriarmati, in Messico repressioni contro gli studenti, negli Stati Uniti veniva ucciso il fratello di John Kennedy e poi Martin Luther King. Come ha detto Obama, se non ci fosse stato Martin Luther King, oggi non ci sarebbe stato lui.
Ecco l’importanza di quegli anni. A volte bisogna capire che il Sessantotto è il mondo, non soltanto un piccolo angolo dell’Italia.
Progetti futuri?
M.P.: Per il momento sto qui, a Vico Equense! E poi a Venezia per il Festival...
(Valentina De Simone)