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Tullio Kezich: "Ma tu ce lo vedi Fellini a dirigere un festival?!"

04 10 2007 (Interviste)

Tullio Kezich nasce a Trieste nel 1928 e comincia a scrivere recensioni all'età di tredici anni. Oggi è tra i critici cinematografici più apprezzati ed autorevoli del nostro paese. Tra le sue collaborazioni più famose: Panorama, Repubblica, Corriere della Sera. Partecipa alle sceneggiature de "Il Posto" e "La Leggenda del Santo Bevitore" di Ermanno Olmi. Tra i numerosi libri pubblicati: "Federico. Fellini, la vita e i film" (ed. Feltrinelli, Milano 2002) – biografia ufficiale del regista – "Su La Dolce Vita con Federico Fellini. Giorno per giorno la storia di un film che ha fatto epoca." (ed. Marsilio 1996), "Fellini del giorno dopo. Con un alfabetiere felliniano" (ed. Guaraldi 1996), "Fellini" (ed. Camunia 1987).

Incontriamo Tullio Kezich all' Auditorium Parco della Musica di Roma. Ha gli occhi ancora lucidi, dopo aver parlato di fronte alla stampa de "Il Libro dei Sogni", volume che raccoglie i disegni inediti di Federico Fellini in mostra alla Festa del Cinema di Roma. Amico, prima che studioso ed unico biografo ufficiale del regista riminese, ne parla più da famigliare che da critico. Si rivolge al pubblico con estrema umiltà e reale slancio nel presentare l'opera postuma dell'amico, della quale ha curato la prefazione e sembra quasi scusarsi, imbarazzato, ogni volta che gli addetti ai lavori si rivolgono a lui con l'appellativo di "Maestro".

 

Sig. Kezich, lei ha versato fiumi d'inchiostro su Fellini regalando al pubblico retroscena dei film, memorie private e descrizioni del suo onirismo. Come si è sentito a scrivere la prefazione di un libro del genere? Ha avuto per un attimo la sensazione che i disegni del regista, così vivaci ed eloquenti, potessero schiacciare ogni parola?

 

T.K.: "No, sinceramente no. Per quanto il disegno possa essere finito, può andare di pari passo con la parola ben calibrata. Si corre il rischio di essere didascalici o ridondanti, certo, bisogna sapersi dosare bene. Fellini stesso scriveva molto in calce ai suoi disegni. Era molto verboso anche come persona. Del resto, per quanto molte immagini dei suoi film parlassero da sole, non è mai stato un autore povero dal punto di vista dei dialoghi. Credo che la parola e l'immagine possano andare benissimo di pari passo nel cinema e in ciò che gli sta intorno."


Durante la presentazione si è parlato molto dell'odio di Fellini verso gli psicanalisti. In realtà però, come anche Lei scrive nella biografia, Giulietta degli Spiriti è il frutto di lunghi studi junghiani...


T.K.: "Fellini non odiava gli psicanalisti. Non aveva in simpatia i freudiani a causa di una brutta esperienza vissuta sulla sua pelle. Nel 1954, mentre portava a termine la lavorazione de "La Strada", sprofondò in una crisi e Giulietta tentò di aiutarlo portandogli a casa un luminare della psicanalisi freudiana. Il rapporto fra i due non portò ad esiti positivi e si acuì lo scetticismo di Fellini verso questo genere di terapia. Oltre tutto non condivideva la teoria dell' interpretazione dei sogni. Sosteneva che i sogni sono fabbricati da noi stessi, prolungamenti delle nostre vite. Era invece molto affascinato ed interessato a Jung."


Da allora ha completamente abbandonato ogni tipo terapia?


T.K.: "Con noi non parlava molto di queste cose. Si è però poi saputo che per anni ha fatto una regolare seduta a settimana con uno psicanalista tedesco di ispirazione junghiana. Una volta deceduto il medico, entrò in cura dalla moglie. Le cartelle cliniche, come quelle di molti altri suoi pazienti, sono andate perdute. Avrebbero dovuto trovarsi presso una clinica di Francoforte ma se ne sono perdute le tracce. Chissà, se un giorno verranno ritrovate magari allestiremo un'altra mostra."


Agli anni Sessanta e al periodo di "Giulietta degli Spiriti" risale anche il suo esperimento con l'LSD. La sua opera potrebbe effettivamente prestarsi ad un'interpretazione di tipo lisergico. In quell'epoca la psichedelia era anche molto in voga...


T.K.: "Fellini è sempre stato lontano dalle mode, dalle catalogazioni, così come dall'essere definito politicamente. Attirò su di sè molte critiche per questo. Quello di stimolare emozioni e percezioni con le sue immagini era il suo mestiere, il suo talento naturale più che il frutto di uno studio o di uno stile preconfezionato. Era così. Non bisogna inoltre dimenticare le sue origini. Proveniva da una famiglia profondamente cattolica, ai limiti del bigottismo e fino a tarda età si è trovato in conflitto con il suo passato. Era infatti solito sostenere che un uomo passa la metà della sua vita a correggere gli errori della propria educazione."


Oggi la Fondazione Fellini comincia un sodalizio con la Festa del Cinema di Roma. Perchè è difficile immaginare Fellini lontano da Roma. Il Museo Fellini si trova nella sua casa natale riminese, ma sembra quasi un corpo estraneo all'interno di quella cittadina che lui ha abbandonato in giovane età ed ha qusi subito nel corso di tutta la sua opera...


T.K.: "Non lo so, non ci sono mai stato."


Nel presentare il libro lei si è rivolto soprattutto ai giovani...

 

T.K.: "I ragazzi di diciassette anni sono nati quando Fellini girava il suo ultimo film. Il loro approccio alla cinematografia felliniana non sarà molto difforme da quello che avevo io nei confronti del cinema muto. Quando ero adolescente l'eco di quel tipo di film risuonava come una nostalgia obsoleta da parte dei miei genitori. Nessun giovane nato, come me, agli albori del sonoro, si sarebbe sognato di avvicinarsi ad un'opera del genere. Il sonoro era il progresso ed io stesso ho capito soltanto in età più matura che prima del sonoro era già stata scritta un'altra storia del cinema altrettanto affascinante e culturalmente propedeutica."


Intende dire che i più giovani necessitano di stimoli per avvicinarsi all'opera di Fellini?


T.K.: "Assolutamente. Ed il primo scoglio da superare deve essere quello di smettere di parlarne con questa sorta di timore riverenziale. Si parla di Fellini come di un monumento nazionale invece di lasciarsi trasportare dalla magia delle sue pellicole con la semplicità e la spontaneità che erano le sue caratteristiche principali. Così facendo si rischia di sminuirne la potenza visionaria e narrativa."


È vero che Fellini aveva pensato di realizzare "Pinocchio" insieme a Roberto Benigni?


T.K.: "Sì sì, l'idea di Pinocchio era stata originariamente di Fellini. Aveva mille idee al giorno, in verità. Oltre al chiodo fisso de Il Viaggio di G. Mastorna, però, era estremamente affascinato dall' universo fantasioso ed allegorico di Pinocchio. Poi, con parte dello staff di Fellini, il progetto è stato portato avanti da Benigni. E diciamo che forse non aveva più l'età per un ruolo del genere..."


Perchè in Italia non si girano più capolavori?


T. K.: "Per due ragioni. La prima è che c'è l' “ansia da capolavoro” per cui se si è girato un film bellissimo non si può peggiorare e allora si perdono anni dietro un unico lavoro. In sostanza, i registi davvero bravi fanno meno film perchè non possono permettersi, di fronte al pubblico e alle pressioni della stampa, il coraggio di esprimersi liberamente a costo magari di tirare fuori un prodotto più scadente. La seconda ragione è che i registi non fanno più il proprio mestiere. Sottraggono il tempo alla propria arte per ragioni “alimentari”. Benigni, invece di girare film, se ne va in giro a recitare la Divina Commedia; Nanni Moretti si mette a dirigere i festival...ma tu ce lo vedi Fellini a dirigere un festival?"

 

(Martina Manescalchi)