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Venezia ricorda Giacinto Facchetti: il gentiluomo del calcio

05 09 2007 (Cine & TV / Speciale Venezia '64)

Un anno fa moriva Giacinto Facchetti, terzino della GrandeInter, e poi dirigente della Beneamata, addirittura Presidente con Moratti figlio. Anche il Festival del Cinema di Venezia ha voluto ricordare il difensore leader della Nazionale campione d’Europa nel ’68 e vicecampione del Mondo nel ’70, con la proiezione del documentario di Alberto d'Onofrio, Il Capitano, prodotto da Rai Educational. Tra aneddoti da spogliatoio, immagini in bianco e nero e testimonianze (dal giornalista amico Candidò Cannavò all’avversario di tanti derby Giovanni Lodetti, dal custode dell'oratorio dove tirò i primi calci fino ai figli Barbara e Gianfelice) riluce la storia del Cipe (come lo chiamava il mago Helenio Herrera), il terzino-fluidificante "che rivoluzionò il ruolo" (il copyright è di Antonio Ghirelli), il campione buono, la faccia semplice e bella dell'Italia che nella primavera del boom cercava di arpionare la modernità. Il gigante di Treviglio lo riconoscevi. Aveva la testa alta e lo sguardo malinconico del nerazzurro medio. Classe, eleganza e una statura morale gigantesca, ”Facchetti è stata la bandiera dell’Inter ma anche un ideale sportivo” – spiega oggi Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello Sport e autore del romanzo dell’Inter ”Ora sei una stella”- nel segno dell’agonismo sano, dello stile e dei valori sportivi. Il documentario di D’Onofrio frugando nell’epica del quotidiano e rotolando sui campi di terra battuta dove il "nibelungico" Facchetti cominciò, restituisce lo spirito e la grandezza di quello che, sia per la sua amata Inter che per la Nazionale, è stato “il Capitano”. Falcata ampia e gamba di legno buono, Facchetti aveva stile, misura e un grande senso di disciplina. Era molto attento all’alimentazione e annotava ogni cosa su un quadernetto. Un signor professionista, o meglio, un uomo che metteva amore nel fare (bene) il proprio mestiere. Puro e trasparente, il Cipe è andato sempre diritto per diritto. Non è mai sceso a compromessi come quando giovanissimo disse: ”O vado all’Inter o smetto di giocare per sempre!”. E ancora, da presidente, quando denunciò – e fu tra i primi – le distorsioni, gli abusi di potere e le anomalie del sistema-calcio, oppure quando impose a Materazzi, reo di aver sferrato un pugno a Cirillo, di andare a chiedere scusa davanti alle telecamere. Sempre un passo avanti al tempo, Giacinto Magno. Maestro di vita e di sport, al giornalista che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto una volta smesso col calcio, Facchetti rispose: “Vorrò essere un po’ meno giocatore e un po’ più uomo”. In campo era un esempio di agonismo e correttezza (una sola espulsione in carriera). Fuori incarnava i valori sapidi e sostanziosi di un’altra Italia. Conobbe Giovanna che faceva l’operaia in fabbrica e la sposò. Ebbero 4 figli. Modi da gentiluomo e grande senso della misura, Giacinto Facchetti è stato il signore del calcio, il Campione più grande di quell’Italia semplice e bella. Quando i Campioni che facevano sognare San Siro crescevano all'oratorio, praticavano l’impegno, conoscevano i sacrifici, e amavano le operaie.

                                                     

(Francesco Persili)