Lo sport non è soltanto un record da battere, una medaglia da vincere. Lo sa bene Valerio Piccioni che ha sempre tenuto ben saldo il legame fra la passione sportiva ed altri aspetti della vita, da quello sociale a quello letterario. Giornalista de "La Gazzetta dello Sport" e autore del libro "Quando giocava Pasolini" (ed. Limina, 1996), è fra gli oraganizzatori de "La corsa di Miguel" che si svolge ogni anno a Roma e Buenos Aires in memoria del desaparecido argentino Miguel Sanchez, atleta e poeta autodidatta. Incontriamo Piccioni alla Casa del Cinema in occasione dell'incontro "I Mondiali della dittatura: sport e diritti umani".
Sig. Piccioni, pensando anche ai Mondiali in Argentina del 1978, come valuta questo duplice ruolo svolto dallo sport, di resistenza da una parte e cerimonia propagandistica dall'altra?
Valerio Piccioni: "Diciamo che lo sport non è quell'isola felice che ci è stata dipinta in tempi passati, per fortuna lontani. Lo sport è come il resto del mondo e ci sono dei momenti in cui può essere strumentalizzato da una certa cattiva politica, da certi cattivi regimi. Ci sono altresì momenti in cui lo sport proietta nel suo palcoscenico immagini di belle e straordinarie persone. Io penso che i Mondiali del '78 siano la testimonianza di questa strumentalizzazione possibile, ma non l'unico caso. Basti pensare all'Italia di Mussolini o al ruolo del doping nei paesi dell'est e non solo. Al tempo stesso, però, oggi l'Argentina ha la possibilità di capire perchè ci fu quell'esplosione di gioia e di felicità senza interrogarsi su ciò che accadeva a tre isolati di distanza dallo stadio in cui Kempes e soci vinsero i Campionati del Mondo"
Due parole sulla "Corsa di Miguel"
V.P.: "Due parole sono poche. Credo che la "Corsa di Miguel" sia il tentativo di rendere giustizia ad un ragazzo come tanti che aveva una grandissima voglia di vivere. Gli piaceva scrivere, gli piaceva correre, gli piaceva incontrare la gente ed era convinto che conoscere persone diverse da lui fosse una ricchezza. Quest'ultimo è un valore che, se facesse parte di questo mondo per intero, inventerebbe un mondo decisamente migliore. Miguel è un ragazzo, un bel ragazzo. Il tentativo è quello di prestargli un po' delle nostre gambe, dei nostri pensieri e del nostro tempo perchè le sue idee vadano avanti e continuino a circolare"
Cosa è per lei la "cultura sportiva" e come può l' Italia crescere in tal senso?
V.P.: " L'Italia può crescere ma bisogna lavorare per fare terra bruciata intorno ad una sorta di conformismo dello sport, all'idea che lo sport sia solo prestazione, risultato. Lo sport serve per guardarsi a destra e a sinistra, dietro, intorno, sopra, sotto e non solo davanti. Lo sport è uno straordinario modo per comprendere il mondo. Attraverso la storia dei Mondiali del '78, ad esempio, i ragazzi possono capire che cosa significhi vivere sotto una dittatura. Credo quindi che la cultura sportiva sia il rendere giustizia il più possibile alla parola "sport", che è una parola ricchissima di significati. "Sport" è oggi una parola che può essere declinata e praticata a cinque anni come ad ottanta o a quaranta, per cui è fondamentale allargare il suo significato. Il cosiddetto "sport per tutti" non può essere praticato pensando ai grandi campioni. La gente che corre a cinquanta o sessant'anni non deve pensare a guardare il cardiofrequenzimetro o la fascia satellitare per capire al secondo quanti chilometri ha percorso ma deve pensare a sorridere e, per esempio, a guardare e scoprire chi gli corre a fianco"
Più di una volta i grandi eventi sportivi sono serviti come veri documenti portatori di memoria per la collettività. A proposito di memoria, nel suo libro "Quando giocava Pasolini" lei ricorda un poeta e la sua passione per il calcio. Vuole parlarne?
V.P.: "Pasolini puntò l'indice verso quella strumentalizzazione di cui parlavo all'inizio. Era un uomo, un intellettuale molto lucido e la sua passione per il calcio non era una passione banale. Era una passione che aveva nel sangue fin da ragazzino, fin dalle prime partite in Friuli. Lui ci ha insegnato che lo sport va guardato fino in fondo, va interpretato, va letto ed è molto più ricco delle banali questioni di classifica. Certo, nello sport esistono le vittorie e le sconfitte, però per esempio lui prestava molta attenzione ai "tipi umani", a quel campionato di calcio eritreo dove cercò il protagonista del film "Il fiore delle mille e una notte", allo sport come ribellione dal nazionalismo. Pasolini fu durissimo contro quelli che gli vietavano di tifare per Merckx durante i giri d'Italia di quegli anni. Il nazionalismo sportivo è una delle cose più stupide che si possano verificare. Una cosa sono la passione e l'entusiasmo verso un campione che vive nel tuo paese, un'altra cosa è il vietarsi di tifare o di entusiasmarsi per un'altra vicenda, un'altra donna o un altro uomo che ti fanno battere il cuore allo stesso modo"
E' però un rischio che nello sport si corre molto spesso...
V.P.: " E' un rischio che si corre molto spesso. Io personalmente lo combatto seguendo la disciplina preferita, l'atletica, in cui il nazionalismo non occupa un grande spazio"
(Martina Manescalchi)