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“Pina Bausch a Roma”: l’ineffabile danza per la Città Eterna nel documentario di Graziano Graziani

Una città è tutto quello di cui si nutre, qualsiasi cosa – preziosa o mortificante, ammirevole o dimenticabile – accade quotidianamente, influenzando e crescendo i propri abitanti. E così tutti coloro i quali, anche solo per un attimo come viaggiatori occasionali, passano da lì, seguendo qualsiasi strana suggestione scaturita dal tessuto sociale. Vuoi per la sua storia, o la sua posizione geografica, o per l’essere una realtà sempre in continuo movimento e dai mille volti, la città di Roma è diventata locus privilegiato di particolari personalità affamate di storie umane. Come in un eterno e piacevole ritorno, Pina Bausch è stata una di queste, occhio, mente e corpo di un sentire emotivo trasfigurato in movimento, in quella “danza dell’espressione” che, a partire dagli anni settanta del Novecento, è cresciuta vincendo qualsiasi tipo di conformismo, trasformandosi e nutrendosi di nuovi modi e forme, marchio di fabbrica delle produzioni del suo Tanztheater Wuppertal. Forse mai connubio è stato più sincero e sintomatico di una situazione personale e culturale come quello tra Roma e Pina, quasi un “itinerario a tappe” verso la creazione in un reciproco dialogo. Galeotto incontro che ha portato alla co-produzione con il Teatro di Roma di due spettacoli, "Viktor" (1986) e "O Dido" (1999), ripercorsi nell’interessante documentario “Pina Bausch a Roma”, firmato dal critico teatrale, scrittore e giornalista Graziano Graziani e proiettato in anteprima – lo scorso 10 aprile – al Teatro Argentina, diventato così per l’occasione il nostro “kontakthof”, il luogo di contatto e d’incontro. L’atmosfera è quella del grande evento, l’occasione per ripercorrere un importante momento della vita dell’artista avvicinandosi per conoscere questa esile donna tanto fragile e introversa quanto generosa, che ha segnato non poco tutto il modo di pensare e fare Arte.
Nato da un’idea di Simone Bruscia e Andrés Neumann (storico produttore di Pina Bausch) e prodotto da Riccione Teatro in collaborazione con l’Archivio Teatrale Andrés Neumann/il FunaroPina2 Centro Culturale di Pistoia, il docu-film ha occupato la parte centrale della serata aperta dal direttore artistico Antonio Calbi che ha ricordato la figura «ascetica e teutonica» di Pina paragonandola a una moderna Eleonora Duse. Interviene anche Leonetta Bentivoglio – giornalista, una delle massime studiose della danzatrice e coreografa, ma soprattutto amica – che per prima ha avuto il grandissimo merito di far conoscere in Italia il Tanztheater Wuppertal, sottolineando come poi sia stato amore a prima vista anche per molti altri “spettatori illustri” – da Bertolucci a Maraini, passando per Fellini (che le diede il ruolo della principessa cieca in “E la nave va” del 1983), arrivando ai più vicini Pedro Almodovar e Wim Wenders (che le ha dedicato un intero film, “Pina”, nel 2011). Si percepisce un sentimento d’attesa tra il pubblico: così, spente le luci, inizia la visione collettiva, immersi subito in una Roma diversa – o meglio sottaciuta –, quella dei campi rom, della vita sospesa e in bilico tra degrado, dignità perduta e voglia di resistere. È un viaggio nella e della memoria, grazie alle testimonianze, che hanno tutto il sapore delle confidenze, di conoscenti o amici, collaboratori o semplici incontri di una sera, che regalano tasselli per figurarci il mosaico del volto – anche interiore – di Pina. Le due residenze romane vengono in questo modo scandite da fotografie inedite, ricordi di passeggiate per la città, pranzi e cene in trattoria, muovendosi non solo nelle più conosciute zone turistiche, ma anche alla scoperta della Roma underground, quella multietnica, dei locali notturni, della cultura lgbt. Molti sono i volti che scorrono sullo schermo: Matteo Garrone ricorda l’incontro – in un noto locale «estremo» – tra Pina e quel proprietario vestito da suora che, in mezzo a un tappeto di preservativi, s’inginocchiò davanti al suo idolo; Vladimir Luxuria che, a serata ormai finita dei party del "Muccassassina", si ritrovò all’ingresso la coreografa desiderosa di entrare; o le gite fuori porta (Pozzuoli e dintorni) nei luoghi virgiliani dell’Eneide, tra fumi, acque e terme, alla cui testa c’era Mario Martone. Guardiamo curiosi, emozionati e anche divertiti il racconto che Graziani è riuscito a costruire partendo appunto dalla città e mettendo insieme i diversi momenti come una di quelle coreografie di Pina, montaggio di una quotidianità avventurosa che scava a fondo nell’intimo dell’essere umano. La notte, il confronto, il parlare, la ricerca, l’instancabile rigore di uno studio fatto di osservazione – vera e poetica – è quello che più di tutto emerge dell’affascinante storia di Pina. Perché lei «non giudicava, sapeva guardare in quelle zone di confine, di transizione» come una saggia ma allo stesso tempo bambina, che vede per la prima volta l’individuo, la gente, l’umanità intera, accarezzandola con naturalezza.
Dopo i meritati applausi di tutta la sala, a sorpresa, il vicesindaco di Roma, nonché Assessore alla cultura, Luca Bergamo ha consegnato la “Lupa Capitolina” – il più alto riconoscimento romano assegnato a personalità illustri – al “Tanztheater Wuppertal in ricordo di Pina Bausch”, nelle mani del neo-presidente del Teatro di Roma Emanuele Bevilacqua. La chiusura della serata è stata affidata a Cristiana Morganti, storica danzatrice bauschiana che ha voluto ripercorrere – con i suoi quaderni di appunti, diari e aneddoti – quella particolare modalità creativa fatta di domande e risposte, la grande avventura di come un corpo possa diventare – essendolo già in sé – organo di senso artistico e umano, per ascoltare, con libertà e coraggio, quel respiro vitale che sveli un diverso mondo emotivo dove tutto è danza.

Marco La Placa 16/04/2017

Foto: Enrica Scalfari

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