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“Il Vile” ha vent'anni: i Marlene Kuntz allo Spazio 900

Feb 14

Assistere a un live dei Marlene Kuntz è come entrare in un'altra dimensione. Tanto più che allo Spazio 900 non si è consumato un concerto qualsiasi, ma una tappa del tour celebrativo per i vent'anni del loro secondo album, “Il Vile”, che confermava come l'italiano potesse essere anche la lingua del rock.
Era il 1996 quando, due anni dopo il folgorante esordio battezzato “Catartica”, usciva il disco-istantanea di una generazione insofferente (e di molte a venire) che si rispecchiava nelle distorsioni, nelle dissonanze, nel noise, nelle liriche oscure e viscerali del gruppo “sonico” della scena alternative italiana.
L'8 febbraio molti militanti di quella generazione a cavallo tra Novanta e Duemila si sono ritrovati nel cuore dell'EUR, guardandosi indietro quel tanto che basta per fare entrare la malinconia in risonanza con la voce ruvida kuntz2di Cristiano Godano, ma dimostrando di sentire profondamente anche i nuovi pezzi che di quel mood sono ramificazioni legittime.
Godano & compagni – Riccardo Tesio alle chitarre, Luca Saporti al basso e Luca Bergia alla batteria – si sono destreggiati come funamboli tra “Il Vile” e “Lunga attesa” (album del 2016, prodotto dalla Sony Music), mixando passato e presente senza spettacolarizzazioni da anniversario e senza compiacimenti, mossi dall'urgenza di raccontare a pennellate cupe e alienanti, di frugare nelle ombre, attaccarsi alla pelle del pubblico.
Il ping pong di rimandi tra “Il Vile” e “Lunga attesa” comincia con un suono rock e “disturbante”: “La città dormitorio” e “3 di 3”, sensuale ménage à trois con cui si apriva l'album del '96, seguiti da “L'agguato”. I Marlene spingono e trascinano con il dittico “Formidabile” - “Fecondità”, luoghi aspri che il pubblico dello Spazio 900 abita dimenandosi fino all'urlo dell'indimenticabile “voglio una figa blu” di “Overflash”. Da qui in poi è una discesa vorticosa tra riff, deflagrazioni, soli perturbanti di chitarra, giri di basso e batteria insistente. “Ape Regina”, canzone-icona del Vile onorato, sembra prendere tutti in un trance collettivo e dondolante con il suo andamento ipnotico e prepara il terreno a “Come stavamo ieri” (“sarà così domani? Dimmi di sì”) a cui d'eco risponde con un'altra domanda “Sulla strada dei kuntz1ricordi” (“Rimedierò? Non so. Riparerò??). Da “Il Vile” si susseguono uno dopo l'altro “Retrattile”, testo programmatico della rabbia liberatoria che contraddistingue la band piemontese (“Congratulazio-o-O-o-ni / probabilmente / io meritavo di più”), “Ti giro intorno”, squarcio elettrico d'amore pastorale e carnale, “E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare”, filastrocca punk, “Il Vile”, title track detonante che ci ricorda del senso umano di incapacità nel vivere (“Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore / Ma è così dura, credi, e sento che non lo so fare / Non lo so fare”).
Ma i Marlene Kuntz trasgrediscono anche alle loro premesse, e nel colpo di coda finale regalano incursioni in altri dischi storici: “La mia promessa” (“Che cosa vedi”, 2000) per poi tornare a “Lunga attesa”, title track dell'album co-protagonista del tour, e “Ineluttabile” (“Ho ucciso paranoia”, 1999). Il concerto si chiude con la ballad struggente, la più bella canzone d'amore che ha segnato (e continua a farlo, con forza brutale) l'immaginario emotivo, “Nuotando nell'aria” (“Catartica”, 1994). Sentita dal vivo frantuma, arriva dritta al cuore, aderisce, in modo diverso per tutti, al sentimento. A fine concerto le energie che si sono liberate si riconciliano nella catarsi, nella nostalgia rassicurante di quel “volo libero sugli andati ormai”. Perché l'essere umano è un abisso che viene la vertigine a guardarci dentro, e i Marlene Kuntz lo sanno suonare. Non si fermano, l'attesa non sarà così lunga, il tour continua.

Foto: Roberto Panucci quirinetta.com

Chiara Bravo 14/02/2017

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