Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o chiudendo questo banner premendo il pulsante celeste, invece, presti il consenso all’uso di tutti i cookie

                                                                                                             

Lee Konitz: memoria, espressività, improvvisazione e futuro al Bologna Jazz Festival

Nov 13

Si dice che i grandi corridori si misurano alla distanza, la resistenza, su quanti chilometri riescono a macinare per non perdere terreno, guardando sempre avanti. Un po’ come loro sono quelle leggende della musica, che abbiamo seguito, e seguiamo tuttora, con il fiato sospeso, in ogni passo che compiono, attenti alle diverse tappe di un percorso in divenire, dove conta saper improvvisare trovando la nota successiva, quella che non ti aspetti. Un po’ come quando ti ritrovi spaesato e incredulo scorgendo tra i cartelloni dei festival sparsi sulla penisola italiana – è il caso di dire, all’improvviso –, appunto quelle stesse leggende che forse soltanto un vinile dei tuoigenitori rimasto troppo a lungo in soffitta o, molto probabilmente, una playlist di spotify ha portato alle tue orecchie in un giorno di pioggia, nomi che al solo pronunciarli sprigionano tutta la loro storia costellata d’incontri, melodie, armonie, influenze, innovazioni e umanità musicale. Corridori quindi che riescono ancora a volare sul pentagramma, non risparmiando nulla della propria forza emotiva e creativa nonostante oggi non abbiano certo bisogno di dimostrare niente a nessuno. Ed è questo lo stupore più grande che ha colto il pubblico di giovani e meno giovani che ha completamente riempito la sala dell’Unipol Auditorium il 2 novembre scorso per il Bologna Jazz Festival, accogliendo uno dei più prolifici interpreti e compositori ancora in circolazione: Lee Konitz. Classe 1927, il suo “90 years celebration” non èKonitz2 soltanto un ripercorrere quasi un’intera vita passata in giro per il mondo, con il suo alto saxophone, a incidere e suonare insieme alle più grandi jazz iconsLennie Tristano (suo maestro e mentore), Stan Kenton, Miles Davis, Jim Hall, Gerry Mulligan, Charlie Haden, Michel Petrucciani sono solo alcuni – ma anche riaffermare che esiste ancora la possibilità e libertà di “emozioni in musica”, tanto da uscire con un nuovo album dal titolo ermetico (“Frescalalto”) – il primo con la storica etichetta Impulse! – che, se non è uno dei suoi più riusciti, racchiude comunque, rinnovato, quel senso indagatore sullo standard, vestendolo con il suo tipico tocco ora fresco, ora energico, morbido e sicuro, raggiungendo anche le vette di una fascinosa melanconia.
Tutto questo lo ritroviamo lì, davanti a noi, per un live dal mood informale e dal sapore ironico. Ma la “festa” è nell’aria e la ciliegina sulla torta arriva subito, all’inizio, con l’inatteso ingresso di un’altra leggenda, Barry Harris, che, al pianoforte, apre, insieme all’amico Konitz, le danze, dando inizio alla “celebrazione”. Sfumature brillanti, free e bop si alternano a momenti di un’espressività introspettiva in cui Konitz si muove da solo e che rimandano, quasi inevitabilmente, a quelle atmosfere dell’album “Lone Lee” (1974), per poi ritornare a entusiasmanti interplay con una sezione ritmica di tutto rispetto – Dan Tepfer al pianoforte, Jeremy Stratton al contrabbasso e George Schuller alla batteria – che sostiene un fraseggio mai banale né prevedibile nonostante un sassofono, a volte, “ritroso” a emettere tutti i suoni che prendono vita nella mente e nel cuore del Nostro. È un adorabile vecchietto cool, che si cimenta anche nel canto, ondeggiante e sospeso scat che ricama in standard come “Darn that dream” e che diventa quasi un abbraccio. Nella logica musicale misurata trova sempre spazio l’improvvisazione, che cede molte volte il passo ai liberi movimenti del pianoforte, quasi alter ego affettuoso del sax, arrivando a quello strano e inspiegabile “stato di grazia” in cui la sensibilità diventa arte, per dire sempre qualcosa di nuovo, di altro, rispetto al passato, nella continua sfida per andare oltre ma senza strafare. Così, arriviamo alla fine di uno di quei concerti da ricordare, che ci saluta con un ultimo intimo dialogo dal potente feeling con il pianoforte. Perché il jazz non è una musica da museo. Il jazz vuol dire resistere. Il jazz è guardare e sentire lontano. Il jazz è l’eternità di una passione concreta anche in un silenzio.

Marco La Placa 14/11/2017

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

#teatro Al via la stagione del #teatrodellapolvere di #Foggia con un giallo dalle tinte rosa Roberta Leo @RobyLeo92 https://t.co/2JpZmTgrS2