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I Daughter a San Mauro Pascoli. Un viaggio interiore dagli abissi alle stelle

Set 07

Da Londra arrivano i Daughter, band dream pop dalle sfumature indie-folk, a completare la V edizione del Festival Acieloaperto. È un tiepido martedì, il 5 settembre 2017, quando il gruppo inglese calca il palco della splendida e affascinante Villa Torlonia di San Mauro Pascoli, paesino in provincia di Forlì-Cesena che ha dato i natali allo scrittore delle piccole cose e del fanciullino.
La band torna in Italia a tre anni di distanza dall’uscita dell'album d'esordio “If You Leave” (2013) per presentare le tracce del nuovo “Not To Disappear”, un lavoro drammatico e caleidoscopico in quanto a emozioni. Lo svizzero Igor Haefeli (chitarra) e il francese Remi Aguilella (batteria) accompagnano Elena Tonra (voce, chitarra e basso) in un viaggio interiore tanto temerario quanto liberatorio. Sin dalla prima traccia della Daughter02 minscaletta (“New Ways”), il pubblico entra a far parte di una dimensione eterea, sospesa, delicata, cantata con una voce algida e allo stesso tempo caldissima. Se si vuole una giusta partenza, ci ricorda Tonra, c’è bisogno di “nuovi modi” di sprecare tempo, soprattutto per un "cervello sbiadito" e "una mente sporca" che desidera trovare una discreta via d’uscita, “senza cancellarsi e senza scomparire”. Segue “How”, un brano dall’atmosfera post-rock, che lamenta un’attesa disperata perché la fine di una storia d’amore è già scritta in vecchi souvenir da compleanno, in vuote rovine. “Numbers” e “Mothers” ricordano la leggerezza acustica/ipnotica dei coetanei The XX. Il battito caldo e sognante di “Alone With You” finisce per rannicchiarsi in versi di solitudine e odio rivolto a se stessi (I hate sleeping alone… I hate living alone… I hate eating alone). Risuona magnetica “Tomorrow”, sporcata dal riverbero di chitarra pronto a evidenziare il chiaroscuro del domani. Non mancano pezzi del disco d’esordio, da “Winter” - congelata in scarni accordi che, febbricitanti, scorrono a stento nelle vene -, a “Youth”, loro cavallo di battaglia.
Quando è la volta di “No Care”, Tonra poggia a terra ogni strumento e inizia a dibattersi col suo timbro pacato e vibrante di passione; le sue ossa paiono rotte, riecheggiano come nacchere stonate da quel corpo un po’ sensuale, un po’ contorto. Nessuna preoccupazione al mondo sembra scalfirla, rassegnata come è nell’evidenza di una promessa non mantenuta, o forse, addirittura mai pronunciata (How I wanted you to promise we'd only make love). La stessa cantautrice si chiede Don't you think you'll be better off/ Without me tied around your neck, perché appartenere all’altro fa dannatamente male (“To Belong”). La sofferenza che comporta la vita terrena, acuita da una spiccata sensibilità, pesa come una montagna e talvolta capita di rimanerne schiacciati, di sentirsi morire, come testimonia “Human”.
L’abisso più nero viene toccato con la malinconica “Smother”, che racconta l’oscurità, spessa come un velluto, in cui la cantante londinese è precipitata. Nonostante sia completamente dentro al brano, Tonra sussurra con distacco (forse a voler sottolineare che quel periodo è stato ormai superato) lo strapiombo della depressione che l’ha condotta all’isolamento più totale; dà voce a quel dolore sordo che l’ha spinta a desiderare di non essere mai nata e quindi non essere mai uscita dal grembo della madre (I sometimes wish I’d stayed inside/ My mother/ Never to come out). Si sa che nessuna esperienza, per quanto soffocante o straziante, può essere obliata. Difficilmente le emozioni remote finiscono per galleggiare indistinte ai margini della memoria. Ecco che, per chiudere con il passato e spalancare nuove porte, è necessario farci i conti, esorcizzarlo. I Daughter lo fanno. Daughter01 minAlla fine ci salutano con il lirismo astratto della morbidissima “Shallows”. La cantante sembra sorriderci come un’alba d’inverno. Le acque basse del titolo si alzano lievemente nel ritornello (If you leave/ When I go... You'll find me/ in the shallows), ci accarezzano. Il mare che ci circonda è pronto a risputarci fuori nel sole. Sulle note di una melodia spazzolata e dolcemente bisbigliata, i due versi finali salgono al cielo alla stregua di preghiere che sanno di sudore e speranza. Qualche brivido ci attraversa il corpo e giunge fino a una luna all’anidride carbonica, la stessa che ha vegliato silenziosa su di noi dal tetto scoperchiato della suggestiva tenuta pascoliana. Così, sulla scia magica della poesia, il festival si chiude ma non il cielo che, come da titolo, rimane aperto alla stessa maniera del viso di Elena Tonra, che affronta le personali angosce esistenziali con coraggio, senza nascondere la naturale fragilità umana.
Il miracolo dei Daughter sta proprio qui, nella capacità di estendere a tutti quel malessere, nel trasformare quella sfera di sensazioni da privata a universale: i temi trattati, come la solitudine, l’incomprensione, il dolore dell’abbandono, lo squallore sbalorditivo della vita di tutti i giorni toccano chiunque. 
È bello pensare che le acque basse in cui i Daughter si sono immersi simboleggiano quella discesa in se stessi, la discesa che va affrontata pur sapendo che è troppo dolorosa. Tonra lo fa per non rimanere alla superficie, anche nello scrivere. Tanto si scrive su se stessi, quanto si è alti. E qui non si sta su trampoli o su una scala ma sui piedi nudi.


Penelope Crostelli 08/09/2017

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