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“Cantare canzoni per dare al mondo una sistemata”: il Concertone prima, durante e dopo

Mag 04

Male, purché se ne parli. È stato questo il mantra che ha accompagnato i primi giorni del mese del “gonfalone amico” in riferimento al Concertone che dal 1990 celebra la Festa dei Lavoratori. Un evento mastodontico sotto ogni punto di vista (sociale, televisivo, produttivo e della sicurezza) che tutti gli anni accende i riflettori anche sulla discografia del Bel Paese, tanto che qualche malevolo lo ha assimilato a uno strascico primaverile di Sanremo, mancando completamente il bersaglio e, forse, deviando dal rispetto per gli artisti e dalle analisi pacate che meriterebbe un evento per cui, comunque, si aprono cantieri di lavoro che durano mesi. La goliardia è un bene dell’umanità, ma siamo seri. Molto banalmente, è chiaro che il Concerto del Primo Maggio non è una gara canora e non va trattato come tale(nt). È una manifestazione sociale, che si aggrappa alla musica – fatto sociale primigenio – per raggiungere il maggior numero di persone possibile. È un momento di aggregazione importante, checché ne dicano i suoi detrattori.
Stando ai numeri, il Concertone 2017 ha centrato in pieno questo obiettivo, incollando al televisore 1.308.000 spettatori nella fascia pomeridiana, raggiungendo il 10,6% di share (con picco durante la breve esibizione delprimomaggio2 tanto criticato Giovanni Guidi) e doppiando quasi l’edizione 2016, che nello stesso range temporale si era fermata al 6,43%. Meno bene la parte serale, ferma al 4,97% di share e al 1.181.000 di spettatori, raddoppiati tra le 21.15 e le 21.25, quando in piazza San Giovanni si esibiva Francesco Gabbani.
Ecco, potremmo partire da qui. Perché ovviamente il dato non è casuale, come non lo è la scelta di inserire il nuovo fenomeno in scaletta e a quell’orario. Onore alla strategia quindi, ma c’è da dire che dalla piazza vedere quell’orda ballare il ballo dell’ormai famigerata scimmia nuda è stato a dir poco angosciante. Fondamentalmente Gabbani e il suo pop mascherato da cantautorato ironico c’entrano ben poco con lo spirito che dovrebbe aleggiare sul Primo Maggio (così come è risultata fuori posto Levante, che ormai di “indie” e alternativo ha solo il nome d’arte, forse).
Si consideri anche che questo Primo Maggio 2017 è stato orfano di una manifestazione che, negli ultimi tre anni, aveva fatto tornare in auge proprio la valenza dell’impegno sociale: a Taranto quest’anno si è deciso di “non fare”, per evitare strumentalizzazioni politiche in vista delle amministrative cittadine e della questione NoTap che imperversa nel tacco d’Italia. Peccato. Per Roma era quindi l’occasione buona per riavvicinare una fetta di pubblico che si stava “pericolosamente” spostando verso il capoluogo pugliese.
L’edizione 2017 è la terza targata Massimo Bonelli (iCompany) - Carlo Gavaudan (Ruvido Produzioni). Rimane fissa e chiara l’egida delle tre sigle sindacali CIGL-CISL-UIL, ma il cambio di direzione ha portato degli effetti alle presenze artistiche sul palco di San Giovanni. Analizzando le scalette delle ultime tre edizioni, emerge la fitta presenza di ritorni (graditi o meno): dal 2015 sono tornati La Rua, Mimmo (si chiama Mimmo) Cavallaro, Levante, Teresa De Sio (grossissima delusione, grosso maltrattamento del genio di Pino Daniele), Lo Stato Sociale (di cui parleremo tra poco); dallo scorso anno sono tornati Il Geometra Mangoni, che aveva vinto il concorso 1MNext 2016, Fabrizio Moro e Maldestro.
Dopo gli Skunk Anansie del 2016, è toccato al coinvolgente set desertico di Bombino, all’apprezzabile performance di Tom Smith degli Editors e ai redivivi Planet Funk garantire il respiro internazionale proprio del Concertone, che ha anche un'altra anima, quella popolare, la cui rappresentanza è rimasta costante dal 2015 a oggi: i Bottari, i Tarantolati di Tricarico, Ambrogio Sparagna, l’Orchestra di saltarello abruzzese, egemone mottamaggioquest’anno nel ricordare il ruolo fondamentale delle radici (peraltro, per i detrattori che forse non hanno letto, tema dell’edizione 2017 scarsamente ribadito dai due “presentatori” per caso, l’afona Camilla Raznovich e il rapper ammazza De André Clementino). Scorrendo ancora i nomi, il cambio di rotta in favore delle generazioni più giovani è evidente. L’organizzazione ha puntato tutto sulla visibilità (sui social, prima di tutto) e sul delirio di piazza, meno sulla portata storica. Insomma, non c’erano gli Enzo Avitabile, i Tullio De Piscopo, i Vinicio Capossela, i James Senese, i Paolo Rossi, i Bregovic. Ogni anno ha la sua musica e la sua canzone di protesta, almeno fino a prova contraria: forse questa collettività, assuefatta proprio a quelle pantomime contro cui dovrebbe ribellarsi, si è abituata a navigare nello stagno della lamentela, che è ben diversa dalla protesta e che si esaurisce nelle bacheche di Facebook o al massimo alla fine di un concerto.
Ma, al netto di un pomeriggio scialbo, tirato su da Motta (che sarà criticabile su forme e contenuti, ma dal vivo raggiunge livelli assoluti) e Le Luci della Centrale Elettrica, i conti tornano: Vasco Brondi, per quanto la sua esibizione non sia stata memorabile, era l’unico sul palco, assieme a Edoardobrunorimaggio Bennato e Brunori Sas a fungere da artista generazionale, date le evidenti implicazioni sociali delle sue canzoni. In particolare poi, il lupo della Sila che ulula “A casa tutto bene”, salvo poi tirare fuori dalla voragine della sua acustica versi talmente affilati da far impallidire il più onesto degli ometti casa-e-chiesa, ha offerto una prova di indiscutibile efficacia artistica: ad esempio con “L’uomo nero”, perfetta perché ascoltare “[...] Io che sorseggio l'ennesimo amaro seduto a un tavolo sui Navigli pensando in fondo va tutto bene mi basta solo non fare figli e invece no” accompagna le orecchie verso il necessario senso di colpa del singolo individuo e forse, smuove più coscienze ed è più “rivoluzionario” (ci si scusi la parolaccia) di un “Mi sono rotto il cazzo di questa città degli aperitivi a dieci euro, del clima di terrore a gratis”.
Veniamo quindi a “Lo Stato Sociale”: il fatto che debbano essere cinque ragazzotti vestiti per metà a scagliare i “palloni” più pesanti dell’invettiva diretta contro il Ministro Poletti e le sue massime (minime?) sui giovani e il lavoro, o sui Salviniani del “ognuno a casa propria” potrebbe essere ritenuta cosa buona statosocialemaggioe giusta, ma siamo, al solito, a doverci accontentare di quel che passa il convento. Intendiamoci: come detto, ogni generazione ha avuto il proprio “stato sociale”; per i più fortunati fu la stagione dei Cantautori, per i trentenni di oggi i 99 posse, i Punkreas o i Derozer. Ma queste creature figlie del risentimento che monta all’ombra della Torre degli Asinelli hanno offerto una performance che più che “arrabbiata” o “impegnata” è sembrata telecomandata e piuttosto retorica e “pettinata”. Non è necessario essere i Modena City Ramblers o una band iperpunk ma, visti i tempi che corrono, forse avrebbe avuto maggiore appeal regolare i volumi e inserire qualche distorsore o allegoria testuale in più, rispetto all’immagine da boy-band ammiccante che ne è venuta fuori.
Poi la piazza ha risposto benissimo, per cui, avanti così.
Di certo non è generazionale Rocco Hunt, idolo esclusivo degli scugnizzi e dei millenials. Ne abbiamo visti parecchi con discutibili cocktail nel bicchieremetamaggio (discutibili perché al Primo Maggio si beve il vino), in visibilio per quella retorica comune anche a Clementino, che doveva rimanere nelle vesti di conduttore e invece tra un “cos e cos” e un “Don Raffaè” ha sbracato facendo anche l’ospite, portando poi al taglio di Bennato da parte di mamma Rai. Detto di Gabbani e Levante, bisogna applaudire Ermal Meta – portamento da vero fuoriclasse e setlist intensa chiusa con un commovente “vi voglio bene” – e l’eleganza etnica di Marina Rei che, con il supporto dei musicisti di Paolo Benvegnù (di cui abbiamo avvertito la mancanza) ha ritmato a suon di grancassa un pomeriggio pressoché anemico.
Prima nota a margine sulla fruizione. È chiaro che tra il partecipare al concerto in piazza e vederlo in televisione, magari spaparanzati sul divano, la cassa di risonanza (e anche la pazienza, perché no) cambia radicalmente, ma forse si può ammettere con serenità che al mondo - e in tv - ci sono cose più noiose.
Seconda nota a margine sull'intonazione. L'interpretazione è senza dubbio un elemento fondamentale per un cantante, e a volte fa il cantante. Ma da qui a screditare Vasco Brondi con frasi del tipo “cambia mestiere” solo perché ha stonato, ce ne passa. Peraltro, il cantautore ferrarese non è mai stato Nilla Pizzi, e ha adottato la melodia solo da due dischi a questa parte.
Il Primo Maggio avrà perso un po’ di smalto, questo è oggettivo. Ma di certo la mossa giusta non è grattare via quello che è rimasto. Semmai bisognerebbe intingere meglio il pennellino sindacale e ricoprire le parti mancanti, ravvivando i “colori” più sbiaditi: Primo Maggio, su coraggio!

Foto 2: pagina facebook Primo Maggio Roma
Foto 3, 4, 5, 6: canale youtube Rai

Adriano Sgobba-Daniele Sidonio 04/05/2017

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