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L’insostenibile leggerezza del pubblico: Cigarettes After Sex al Monk Club

Dic 06

Uno immagina il Texas e pensa a un posto bruciato dal sole, in cui si concentrano le più riprovevoli abitudini a stelle e strisce: conservatorismo, junk food e una pistola sempre carica e a portata di mano. E invece poi si scopre che a El Paso (dove Quentin Tarantino ambientò l’incipit di “Kill Bill”, per dire) ci sono i Cigarettes After Sex, band dalle sonorità raffinatissime impreziosite dal timbro androgino di Greg Cigarettes3Gonzalez.
Il 2 dicembre questo insolito angolo di Texas lambisce anche il Monk Club di Roma, in un’ora o poco più di show. Un live che rallenta il battito cardiaco e lascia sospesi, in un’atmosfera ora impalpabile, ora carnale. A catalizzare l’attenzione è la voce di Gonzalez, che squarcia e, insieme, ricuce il velo tra realtà e dimensione onirica. “K.”, “Each Time You Fall in Love”, “Nothing’s Gonna Hurt You Baby” e le altre si susseguono con una certa coerenza e continuità (monotonia, per i detrattori dei Cigarettes After Sex), mentre alle spalle della band restano fisse delle immagini in bianco e nero, atemporali, perse nel tempo e in una geografia indefinita. L’incedere lento di sonorità dream pop assume una forma flussuale e morbida che conduce alla scoperta dell’album omonimo dei Cigarettes After Sex e dei singoli usciti, in maniera abbastanza scomposta, dal 2012 a oggi.
Il minimalismo strumentale è un riparo essenziale sotto cui rifugiarsi per potersi abbandonare a un’esecuzione live molto fedele (fin troppo, in alcuni tratti) alla versione in studio. Non ci sono divagazioni o fuoriprogramma, e tutto ciò che viene proposto sul palco sembra essere pensato proprio per essere presentato così. Anche la presenza scenica è abbastanza insolita: i musicisti restano quasi immobili sul palco per tutta la durata del concerto, assumendo le stesse pose plastiche e riducendo ai minimi termini le interazioni con il pubblico, molto esigue e sempre pacatissime.
Cigarettes2L’unica pecca (se così si può dire) dei Cigarettes After Sex è quella di innalzare una barriera di intimità che arriva a coincidere con il perimetro del Monk Club, al punto da riprodurre un’ambientazione quasi domestica. Le luci soffuse, le sonorità ipnotiche e la voce sussurrata, però, sortiscono un effetto paradossale. Il pubblico – o meglio, buona parte del pubblico – si arroga libertà abbastanza singolari.
Non si tratta di inorridire facendo cadere il monocolo nella coppa di champagne (noblesse oblige!), né di vedere la solita barriera luminosa di smartphone davanti a sé. Perché va bene il contatto, l’adrenalina, la voglia di partecipare come si vuole e come si può a un concerto, esprimendo il proprio trasporto e le proprie emozioni. Va bene più o meno tutto, purché non si oltrepassi il limite del buon gusto. E la suddetta buona parte del pubblico presente al concerto dei Cigarettes After Sex lo ha fatto. Lo ha fatto richiedendo a gran voce “Affection” o “Apocalypse” durante l’esecuzione di altri brani, esigendo un volume di voce più alto, voltando le spalle al palco per tutta la durata del concerto, parlando a voce alta di quello che preferiva. Infilandosi nella calca di una serata sold out con una porzione di patatine fritte, persino.
Cose poco piacevoli, che disturbano e alterano la visione di un concerto, innanzitutto, ma che spingono a riflessioni forse un po’ troppo estreme, dettate dal momento e da una grande dose di insofferenza. Sull’incapacità di rinunciare a un concerto-karaoke per lasciarsi condurre dalla musica, nel rispetto di chi, a quella musica, dà corpo. E davanti a questo sfoggio di strafottenza, verrebbe quasi da parafrase Nanni Moretti e inveire contro tutti urlando: «Ve lo meritate, Coez!»

Letizia Dabramo 06/12/2017

(Photo credits: Michela Centioni)

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