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Addio a Chris Cornell

Mag 19

Ed è la fine, all'improvviso. Chris Cornell si è impiccato in una stanza d'albergo, a 52 anni, poche ore dopo essersi esibito con i Soundgarden al Fox Theatre di Detroit mercoledì 17 maggio. A marzo era uscito il suo ultimo singolo “The Promise”, colonna sonora del film omonimo con Oscar Isaac, Christian Bale e Charlotte Le Bon.
Una morte violenta, una tragedia, una maledizione, che si inserisce nella lunga scia dei morti del grunge cominciata oltre trent'anni fa. Di quel fermento nato a Seattle a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, Chris Cornell è stato un pioniere, prima dei Nirvana, degli Alice in Chains e dei Pearl Jam. Leader dei Soundgarden – nati nel 1984, sciolti nel 1997 e riuniti nel 2010 – portava avanti il lato duro del grunge, capace di coniugare la rabbia del punk e l'ansia dell'heavymetal, con i Led Zeppelin sempre nelle orecchie (il chitarrista dei Soundgarden Kim Thayl è stato uno dei maggiori discepoli di Jimmy Page). Eppure, chiamatela ironia o canto del cigno, i Soundgarden ottennero la massima visibilità proprio nell'anno in cui il grunge, con la morte di Kurt Cobain, comincia il suo inarrestabile declino. Nel 1994 uscì il loro disco più famoso “Superunknown”.
Parallelamente Cornell diede vita al progetto Temple of the dog (1990-1992), un tributo a Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone e suo amico, morto per overdose di eroina. Un supergruppo che univa Soundgarden, Mother Love Bone e Pearl Jam, di cui rimane un solo album ("Temple of the dog", 1991), forse il capolavoro vocale e autoriale di Cornell, intenso e struggente requiem in cui spiccano “Say Hello 2 Heaven”, “Reach Down” e “Hunger Strike”, in duetto con Eddie Vedder.

Nel 2001 si apre la turbolenta parentesi Audioslave, nati dalle macerie dei Rage Aganist the Machine, rimasti orfani del cantante Zack De La Rocha. Troppo melodici o troppo radiofonici, non convinsero mai pienamente né pubblico né critica, un'avventura dolorosa che si concluse con il definitivo distacco di Cornell nel 2007.
La svolta acustica di Cornell comincia con il suo primo album da solista (“Euphoria Morning”, 1999), che segna da una parte l'allontanamento dallo stile hardrock degli Audioslave e dall'altra un tassello imprescindibile nella sua inquieta ricerca di identità. Dopo “Carry On” (2007) con la storica cover di “Billy Jean”, l'odiato “Scream” (2009, primo lavoro post-Audioslave, prodotto da Timbaland) e il live “Songbook”, nel 2015 arriva e seduce “Higher Truth”. Una tracklist malinconica e piena di colori che riprende con grazia e attualizza il sound degli anni Novanta in un rock acustico minimale, da riconsiderare oggi come l'ultimo lavoro in vita di Chris Cornell.
E adesso che di lui si svuota il mondo, possiamo ricominciare tutto da capo, ricostruire il cerchio che ondeggiava in una discografia poderosa dislocata tra gruppi, generi e colonne sonore. Ritrovare il suo “feeling blue” che scaturiva da una voce potente e mai urlata, così intimamente sua, una delle più magnetiche del rock.

Chiara Bravo 19/05/2017

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