Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o chiudendo questo banner premendo il pulsante celeste, invece, presti il consenso all’uso di tutti i cookie

                                                                                                             

Venezia 74, “Una famiglia” di Sebastiano Riso: il dolore di una madre

Essere madre senza avere la possibilità di vivere la maternità è ciò che accade a Maria, trentacinquenne intrappolata in una relazione tossica con Vincenzo, cinquantenne francese d’origine che da diversi anni vive in Italia. Il loro rapporto è caratterizzato da una torbida passione e dalla comune volontà di confondersi nella periferia romana, al fine di portare avanti un ‘inconsueto’ progetto di vita: monetizzare i propri figli. Vincenzo è infatti ossessionato dal denaro, Maria è pazzamente innamorata di lui e lo asseconda in questa decisione: rinuncia ai suoi bimbi appena nati per affidarli a coppie che incontrano terribili difficoltà nel diventare genitori. unafamiglia02
Sebastiano Riso sceglie una regia ‘fisica’, evitando sottolineature musicali e facendo uso di focali Macro in favore di un racconto strettamente realista. La macchina da presa è onnipresente, segue la protagonista in ogni momento della sua vita, quando è a letto, quando si fa la doccia, quando piange da sola in casa e sottolinea quei dettagli che rivelano il tormento dell’anima: il corpo magro, le unghie martoriate, il viso stanco e gli occhi tristi. Maria vive in funzione dell’amore per l’uomo della sua vita, ha attraversato una fase di obbedienza e negazione, ma ora non ne può più. Adesso vuole tenere quello che potrebbe essere il suo ultimo figlio, è decisa a costruire una famiglia e vorrebbe con tutta se stessa che Vincent fosse d’accordo. Quando gli obiettivi dei due divergono, si crea il conflitto e comincia la ribellione della donna. È una scena particolarmente violenta a segnare il punto di non ritorno; proprio in questa sequenza la camera abbandona i soggetti a voler sottolineare l’abituale indifferenza al dolore altrui.
A Riso va il merito di aver avuto delle interessanti intuizioni registiche, nonostante l’eccessiva durata del lungometraggio (ben 119 minuti) e una sceneggiatura incapace di comunicare tutto il necessario. Patrick Bruel (Vincenzo) si dimostra un attore rassicurante, ma capace di rendere l’ambiguità del proprio personaggio, mentre Micaela Ramazzotti (Maria), ci dispiace dirlo, pecca di eccessiva ridondanza.
Un film che dal punto di vista tematico ha certamente il merito di rinnovare il dibattito sulla complessità delle adozioni in Italia per le coppie eterosessuali e sul divieto per quelle omosessuali, condizioni che purtroppo aprono la strada al mercato nero di neonati. Il regista e gli sceneggiatori Stefano Grasso e Andrea Cedrola hanno infatti preso spunto da storie vere, di cui sono venuti a conoscenza tramite anni di ricerche, testimonianze, intercettazioni e altri materiali d’indagine.
Ricordiamo che “Una famiglia” è attualmente in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e uscirà nelle sale italiane il 28 settembre.

Sara Risini 06/09/17

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

#teatro Al via la stagione del #teatrodellapolvere di #Foggia con un giallo dalle tinte rosa Roberta Leo @RobyLeo92 https://t.co/2JpZmTgrS2