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Tre manifesti a Ebbing, Missouri: recensione del film che ha trionfato ai Golden Globe con vista sugli Oscar

Cosa si può fare contro una madre cazzuta e incazzosa che lotta per conoscere la verità sul caso di sua figlia, rapita, uccisa e stuprata?
Proprio niente. Saranno costretti a capirlo ben presto lo sceriffo Bill Willoughby e il suo vice Jason Dixon, che, dopo mesi senza riuscire a trovare una benché minima traccia sul caso della ragazza uccisa e violentata, vedono che i tre enormi cartelloni all’ingresso del paese sono stati affittati da Mildred, la mamma della vittima. I tre manifesti riportano in nero su sfondo rosso accuse dirette allo sceriffo, reo di non darsi abbastanza da fare: è una dichiarazione di guerra alle pigre forze dell’ordine locali.
Presentato a  Venezia e accolto in modo molto positivo, Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha fatto il pienone ai Golgen Globe, dove ha vinto miglior film drammatico, miglior sceneggiatura, e dove Frances McDormand e Sam Rockwell si sono portati a casa miglior attrice e miglior attore non protagonista.
Il vero capolavoro di Martin McDonagh, che ha scritto e diretto la pellicola, è stato quello di essere stato in grado di tenere in perfetto equilibrio i tanti toni e tematiche che in questo film si fondono: c’è il tragico ma anche il comico-grottesco, la denuncia sociale e la solidarietà, il desiderio di vendetta e l’impotenza davanti a un dolore per la morte più grande della vita. C’è tanto, a tratti forse anche troppo, ma la forza, appunto, sta nel non far mai pesare quest’abbondanza di tematiche, perché il film fila liscio fino alla fine. E se lo fa senza praticamente nessun intoppo lo si deve soprattutto agli attori.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri, è così riuscito perché può contare su delle prove attoriali di accecante bravura e di rara omogeneità.
Frances McDormand si dona totalmente al personaggio, e col suo fisico, le sue espressioni e la sua gestualità crea Mildred, questa madre dura ma col cuore evidentemente a brandelli, un personaggio che sarà difficile da dimenticare, e che la spedisce dritta alla sera del 4 marzo del Dolby Theatre, Los Angeles, come una delle favorite alla statuetta. Proprio come Sam Rockwell, altro mostro di bravura, un attore che saprebbe dare sfumature anche al più vuoto dei personaggi, figuriamoci a questo controverso vice sceriffo

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 mammone e violento, razzista e ubriacone, smarrito e poi chissà, ritrovato.
Rischia di passare in secondo piano, ed è tutto dire, lo sceriffo interpretato da Woody Harrelson, che è un personaggio molto “classico” e volendo anche già visto, ma reso umano e vivo dall’attore.
È un film che ha tanti livelli di narrazione, quello personale dell’intreccio dei protagonisti, quello più ampio di un’America che sembra un paesino, tra campi, pick-up e cavalli, ma anche tra razzismo latente e violenza all’ordine del giorno.
Altra finezza di scrittura è quella di sospendere il giudizio. Solo all’inizio sembra che la narrazione proceda delineando due blocchi, buoni e cattivi. Andando avanti si capiscono le ragioni degli uni e degli altri, le contaminazioni e le zone grigie presenti nella vita di tutti, che non determinano né assolutamente buoni né irrimediabilmente cattivi, ma solo, appunto, esseri umani erranti, ognuno con la propria sofferenza, ognuno con la propria rivendicazione.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri, è un film “solido”, non è certo un capolavoro perché ogni tanto cade in qualche forzatura di troppo nella scrittura, ma che è molto bravo a nascondere i suoi – pochi – demeriti e a mettere in mostra i suoi tanti meriti, ed è per questo che con ogni probabilità si giocherà le sue chances anche agli Oscar.

Alessio Altieri 11/01/2018

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