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Liberate il “Principe Libero”: in arrivo su Rai Uno il biopic su Fabrizio De André

“[…] i tuoi occhi per loro, ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo…”

Fabrizio De André è di tutti

Ogni qualvolta viene pubblicata una raccolta, un’edizione rimasterizzata di un disco o un saggio sul cantastorie genovese, accade che un’ammucchiata di presunti depositari di verità si prodighi in tentativi di appropriazione indebita, lasciando rimbalzare su quelle “lingue allenate a battere il tamburo” astratte accuse di stupro della memoria.   Sono gli stessi che negli ultimi giorni si aggrovigliano in una sorta di caccia all’errore su “Fabrizio De André - Principe Libero”. Il film non è una “storia sbagliata”. Il biopic per la tv coprodotto da Rai Fiction e Bibi Film è un progetto onesto. Come pure è onesta la sceneggiatura, che riesce a coniugare l’esigenza della sintesi romanzata alla necessità della verità documentaria. Ci sono elementi che rimangono solo tratteggiati, si veda la questione anarchica e altri forse edulcorati come il carattere “difficile” dell’uomo e del musicista, ma Luca Facchini riesce (con Francesca Serafini, Giordano Meacci e Dori Ghezzi) in un’operazione difficile quanto quella che lo stesso De André escogitò sulla figura di Cristo per “La buona novella”: un’onesta, appunto, umanizzazione.

Nel nome del padre e del figlio

Se il rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (1979) diventa un elemento di raccordo del racconto filmico, è evidente che l’intreccio pone al centro della vicenda umana il rapporto tra padre e figlio: quello dell’irrequieto giovane Fabrizio e suo padre Giuseppe (Ennio Fantastichini), successivamente quello tra il cantautore e suo figlio Cristiano. Infine, in senso più ampio, quello tra De André e i luoghi della sua vita (la campagna d’infanzia a Revignano d’Asti appena accennata e poi, Genova, Milano e la Sardegna). Il finale poi, chiarifica l’intenzione: tutti i protagonisti si fanno figli, tutti seduti sulle poltrone del Brancaccio, in una sorta di ultima (s)cena al cospetto del “padre” Faber.

Interpretare o imitare Fabrizio?

In un’intervista rilasciata da Dori Ghezzi, si legge che Luca Marinelli avrebbe mostrato più di un timore nell’accettare il ruolo. Forse proprio questa “paura” ha fatto sì che l’attore confermasse quanto di buono è stato detto e scritto finora su di lui. Marinelli non imita, ma con la stessa onestà che appartiene al film,Fda2 restituisce il suo Fabrizio in maniera più che apprezzabile. Già, perché a dispetto dei più che si affannano a rintracciare nell’inflessione romana un limite all’interpretazione, l’anti-antieroe di “Lo chiamavano Jeeg Robot” dimostra una maturità non indifferente, uno studio del personaggio quasi maniacale - movenze, espressioni somatiche e di postura, vezzi e vizi del cantore di Marinella vengono restituiti in modo vero, vivo anche grazie alle sapienti inquadrature di Facchini - e un’indovinata propensione a evitare qualunque scimmiottamento.

I personaggi

Sono davvero tante le personalità di rilievo che, dalla giovinezza all’età matura, si sono mosse nell’orbita di De André: da Paolo Villaggio (a cui il film è dedicato) a Luigi Tenco (un apprezzabile Matteo Martari), dal poeta anarchico Mannerini al Direttore dello storico locale “La bussola”, fino a Fernanda Pivano e poi De Gregori, PFM, Bubola, Fossati… . Ovviamente non tutti sono presenti nella fiction e forse si potrebbe obiettare che alcuni di questi siano appena abbozzati, ma nel complesso non si può non apprezzare un certo equilibrio che mette al riparo dai timori - spesso fondati quando si tratta di produzioni tv nostrane - sull’efficacia complessiva del cast. Resta evidente comunque che il personaggio cardine dell’“operazione Principe Libero” sia Dori Ghezzi, interpretato da Valentina Bellè. Il primo matrimonio con Enrica “Puny” Rignon, la successiva meravigliosa storia d’amore, la tenuta in Sardegna, la nascita della secondogenita Luvi, il rapimento e la maturità di Fabrizio ruotano inevitabilmente attorno alla figura di Dori ed è incontestabile che il film, per coerenza di intenti (è una fiction, non un documentario musicale!), si soffermi molto più su questi aspetti della vita privata, che sulla poetica racchiusa nei versi del cantautore.

Come un’anomalia

E allora, più che insistere nella caccia alle streghe e pur senza voler esaltare oltremodo un prodotto che comunque possiede dei limiti potenziali, sarebbe forse più corretto apprezzare la coerenza e la possibilità che offre la visione del film. De André è di tutti si è detto, quindi perché non pensare che una fiction dignitosa possa essere uno stimolo per lanciarsi in un approfondimento del personaggio, andando a ricercare autonomamente i sublimi aspetti artistici dell’opera di Faber? Non è forse lo stimolo all’approfondimento una delle “missioni” di un’opera?

Non al denaro, ma all’amore

La natura ibrida di un prodotto per la tv distribuito in anteprima al cinema sta confermando ottimi riscontri: Nexo Digital probabilmente assolve una funzione importante nella crescita qualitativa delle produzioni che devono rivolgersi trasversalmente agli spettatori in sala e al pubblico da prima serata di Rai1. Gli incassi parlano chiaro: più di 700.000 euro in due giorni di programmazione sono un chiaro segnale di successo. Al di là degli aspetti produttivi e di distribuzione però, il ritratto che emerge è quello dell’ “uomo faber”, un’esistenza votata all’amore - carnale, per la musica, per gli ultimi -  che “ha l’amore come solo argomento” e non ci si può stupire allora se nei testi di De André proprio “amore” sia la parola più ricorrente.

“Finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato e un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto”

Adriano Sgobba

27/01/2018

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